Divieto di sosta, l’atletica viva di Franco Arese

Se nemmeno un uomo che è stato atleta di livello internazionale e grande dirigente d’azienda, poi trasformatosi in imprenditore, è riuscito in otto anni di presidenza a salvare quel che rimane dell’atletica italiana significa davvero che da noi questo meraviglioso sport è finito. È stato questo il pensiero costante durante la lettura di Divieto di sosta, la biografia di Franco Arese che per Edizioni Correre è stata scritta a sei mani da giornalisti che l’atletica l’hanno frequentata sul serio: Gianni Romeo, Franco Fava (proprio l’ex primatista italiano di 3000 siepi, 5000 e 10000) e Fabio Monti. Tre autori significano anche tre prospettive diverse, per raccontare tre Italie diverse: quella di un dopoguerra vissuto in provincia (Arese è nato a Centallo, Cuneo, nel 1944) senza troppe alternative, quella del boom economico in cui quel ragazzo diventò campione, con la gemma del titolo europeo 1971 a Helsinki, e quella stimolante degli anni Ottanta e Novanta in cui Arese ha costruito il suo successo fuori dalle piste con la Asics e altre attività.

Le pagine più interessanti sono secondo noi quelle sulla vita da dirigente, scritte in prevalenza da Monti, con la presidenza FIDAL presa dopo i Giochi di Atene e tenuta per due mandati, dal 2004 al 2012, per poi mollarla a causa di stanchezza personale e delusioni, su tutte il caso Schwazer scoppiato proprio alla vigilia dei Giochi di Londra. Un periodo in cui c’erano i problemi strutturali di oggi ma anche con momenti esaltanti, che non è banale ricordare: l’oro olimpico di Schwazer a Pechino, quelli europei dello stesso Schwazer, di Howe, di Baldini, della Incerti e di Donato, senza dimenticare gli argenti mondiali di Howe e della Di Martino, i bronzi olimpici della Rigaudo e di Donato, la 4 x 100 (Donati, Collio, Di Gregorio, Checcucci) argento europeo battendo lo storico record del 1983 (Tilli-Simionato-Pavoni-Mennea) e tanti altri piazzamenti e medaglie anche indoor, su tutte la memorabile 4×400 di Torino 2009. Giusto ricordarli mentre si analizza il declino agonistico di uno sport che Arese aveva intuito ben prima del disastro assoluto di Rio e che ha cercato di bloccare dividendo nettamente i superprofessionisti con ambizioni da medaglia dai troppi impiegati statali che ritengono conclusa la loro carriera con l’arruolamento. Rispettando, visto che gli ha per decenni venduto le scarpe, ma non mitizzando l’amatore quarantenne che non può essere confuso, quando si parla di tesseramenti e prospettive, con l’agonismo vero. La visione di Arese era giusta, la realtà dice che anche sotto la sua gestione l’atletica azzurra di vertice è andata avanti con il suo tran tran, mille parrocchiette gelose dei propri spazi locali, e con l’atroce sospetto che non ci siano presunti Bolt italiani ai quali le Fiamme Gialle tolgono motivazioni, ma un materiale umano già ‘setacciato’ da discipline più ricche e, bisogna dirlo, attraenti per un giovane di oggi. Trovarsi ogni tanto un Tamberi o un Tortu è già un miracolo.

Nel libro Arese è il filo conduttore per raccontare le trasformazioni di uno sport che un altro grande piemontese come Primo Nebiolo, oggi stracriticato ma quand’era in vita trattato alla stregua di una divinità, portò dalle atmosfere alla Momenti di gloria allo spettacolo televisivo, con tutti i pro (l’atletica è ora davvero uno sport planetario, in cui chi nasce su un’isoletta ha le stesse chance di chi nasce a New York o a Cuneo) e i contro (i protagonisti possono essere al massimo, anche se dopati, soltanto un paio di volte l’anno, mentre Messi e CR7 ogni tre giorni sono buone versioni di Messi e CR7) della situazione. La strada è quella indicata da Arese, anche fra le pagine del libro (c’è una sua intervista), una strada difficile ma non impossibile: partendo dal pubblico dell’atletica, nella media il più preparato ed educato rispetto ad altri sport, ‘vendere’ l’atletica ai ragazzi non come qualcosa che li farà diventare ricchi, perché un ragazzo italiano robusto e veloce avrà più possibilità di guadagno facendo il possibile difensore in serie B che l’improbabile finalista olimpico dei 100, ma come qualcosa per se stessi. Non è un discorso moderno, forse, ma alla fine rimarrebbero solo i migliori. In ogni senso. E pazienza per le medaglie.

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4 commenti

  1. I

    riportare l’atletica alle elementari e medie, partire da lì. ai miei tempi poi, i genitori erano contenti, che si facesse sport senza partire subito dal calcio. è anche una buona palestra mentale, impari a stringere la mano a chi ti batte, e poi ti impegni di più…sempre meglio che fare l’ultras

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  2. B

    alle elementari neanche fanno ginnastica.

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  3. I

    grave errore….io ricordo che in terza ci fecero affrontare la pertica

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  4. A

    Anche noi pertica e corda… Ma il quadro svedese lo usano ancora?

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