Tutta colpa del lavandino (Intervista a Glen Matlock)

Ecco la versione integrale della mia intervista a Glen Matlock nel pomeriggio della presentazione di ‘La storia del punk’ di Stefano Gilardino davanti alla folla della libreria Hoepli a Milano lo scorso 27 ottobre. Appuntamento nei prossimi giorni su Indiscreto per l’intervista con l’autore del libro. Grazie a Debora Dolcetto/Indiebox, Sara Giudice e tutti alla Hoepli, e a Giuseppe Verrini per la foto.

E pensare che all’inizio qualche intoppo poteva esserci. “Per favore, niente interviste al bar, lì voglio solo stare tranquillo 5 minuti”. Che fungere da interprete personale di Glen Matlock, ospite d’onore della presentazione milanese di ‘La storia del Punk’ di Stefano Gilardino (compendium già riferimento del genere edito da Hoepli) non sia esperienza normale lo sai già. Reduce dal sorprendente minialbum ‘Sexy Beast’ (la sua cover di ‘Happy’ di Pharrell Williams è da sentire) e dalla partecipazione all’omaggio della Royal Philarmonic Orchestra al punk (‘Anarchy Arias’, ascoltate anche quello se lo trovate) e prima delle sue prossime date live in Italia (14/12 Rework, Perugia; 16/12 Sound Music Club, Napoli; 17/2 Agorà Music Pub, Finale Emilia – Modena), l’articolato bassista/fondatore dei Sex Pistols dà sempre più di uno spunto. Fin dai tempi ho incontrato tutti i membri dei Pistols e del loro entourage, tranne lui: come prenderlo? Poi, prima dell’incontro in libreria con un pubblico quasi da stadio, le interviste allineate in albergo vanno via lisce e le amicizie comuni in ambito punk londinese spianano la strada. Quando gli chiedo: “Facciamo quattro chiacchiere?”, lui contravviene al suo diktat iniziale: “Certo, ma noi due andiamo al bar, così ci rilassiamo un po’”. Ci sediamo al tavolo all’aperto, in piena piazza Missori. Dalla borsa saltano fuori delle foto scattate da Eletttro nelle due date italiane di Iggy Pop a Parma e Milano nella primavera 1979, che più di qualcuno andò a vedere solo perché c’era lui al basso.

Glen Matlock: Ooohh, guarda guarda che belle foto…ma chi è quel ragazzo al basso sul palco di fianco a Iggy? (risate). È la data di Parma, vero? C’è un aneddoto divertente legato a quella volta. Nel pomeriggio eravamo per strada nei pressi del Palasport, c’era una ragazza molto carina, avevamo fatto una foto insieme, avevo iniziato a parlarci e l’avevo invitata al concerto. Lei ogni tanto ridacchiava, e non capivo cosa ci fosse di così divertente. Poi ci siamo salutati, lei ha fatto due passi subito seguita da uno sciame di bambini: era maestra d’asilo, aveva lasciato una ventina di bimbi dietro l’angolo e si era presa due minuti di pausa per attaccare bottone. Anni dopo mi hanno pure fatto avere la foto. Mi viene da ridere ancora adesso.

Glezos: Come è venuta fuori l’idea di ‘Anarchy Arias’?

GM: Semplicemente, me l’hanno chiesto: sai com’è, vivi di musica e allora fai questo e quello. In realtà non sono stato molto coinvolto, e inizialmente non c’era in ballo un album intero: mi avevano chiesto di scrivere un arrangiamento di ‘Pretty Vacant’ per quartetto d’archi e solo quello. E tu vagli a spiegare che non avevo mai fatto niente del genere, intendo scrivere arrangiamenti per orchestra su spartito, provarli e riprovarli. Quindi ho fatto venire a casa mia un quartetto d’archi composto solo da ragazze – e già la cosa era buona di per sé – e abbiamo arrangiato il pezzo. Poi è venuto a trovarci un produttore che mi ha proposto di includerlo in questo album che aveva in mente, con la Royal Philarmonic Orchestra che omaggia il punk rileggendone un po’ di classici. Così è venuto fuori ‘Anarchy Arias’.

G: Alcuni pezzi sono riusciti: è tutto molto divertente nonostante non fosse un’idea originalissima, a partire dalle versioni di ‘EMI’ e della ‘God Save The Queen Symphony’ in ‘The Great Rock’n’Roll Swindle’.

GM: Esattamente. A volte succede che sei lì in casa con la chitarra acustica e strimpelli ‘Anarchy In The UK’ e ti dici che no, senza la botta di una band e di una chitarra elettrica non funziona, e che non può funzionare in nessun altro modo. Poi ci pensi e ti chiedi come sarebbe con un arrangiamento con altri strumenti, tipo orchestra classica. Qualcuno lo doveva fare, e l’hanno fatto.

G: Qual’è la domanda sui Pistols che ti ha stufato di più?

GM: Oooohh. (Ci pensa). Davvero una bella domanda… la tua, intendo (risate). Uuuhhmmm, vediamo un po’…..”Ma Johnny Rotten è davvero un tipo che…”, oppure “E Sid? Non ti dispiace per lui?”, o ancora: “E’ vero che ti lavi i piedi troppo spesso?” (risate). E qui colgo l’occasione, lo dico ora e per sempre: questa storia è nata a Parigi per scherzo. (Discoteca Chalet Du Lac, Parigi, 3 e 5 settembre 1976, prime due date dei Pistols fuori dall’Inghilterra. Di quella prima trasferta all’estero sono celeberrime alcune foto di Glen nell’atto di lavarsi i piedi in un lavandino. Quando qualche mese dopo viene estromesso dal gruppo, Steve Jones commenta: “Sempre lì a lavarsi quel cazzo di piedi. Glen non faceva per noi”, nda). Quando siamo arrivati in albergo ci siamo trovati di fronte il bidet, che ovviamente non abbiamo in Inghilterra. Così mi sono messo a scherzare col fotografo posando per lui, facendo il tipico inglese in vacanza all’estero che non da cosa sia un bidet e che imperterrito si lava anche i piedi nel lavandino. Grasse risate e morta lì. E ancora oggi mi chiedono se sono uscito dai Pistols per quello. Ripeto: stavo cazzeggiando, e guarda tu che leggenda è venuta fuori.

G: Ho visto di recente la tua intervista con Ben Westwood (primogenito di Vivienne, nda) al ‘World’s End’. Che ricordi hai dei giorni in cui ci lavoravi nel 1975/76, ai tempi in cui il negozio si chiamava ancora ‘Sex’? Sentivi l’aura inquietante che sentivamo noi ogni volta che ci entravamo, con la strana gente che ci lavorava?

GM: Sì, ma a essere strana era buona parte della clientela, te l’ assicuro. Ho cominciato a lavorarci che andavo ancora a scuola, avevo 15 anni e mezzo e conoscevo Malcolm e Vivienne dai tempi in cui il negozio era ancora ‘Let It Rock’, con tutti quei vestiti per teddy boys. Poi è arrivata la svolta fetish con la roba di gomma, e già lì sono arrivati un po’ di pervertiti. Poi era venuta la tv col classico servizio giornalistico su misura, tutti a mirare Jordan che era un personaggio davvero, in nessun negozio al mondo trovavi dietro il banco una commessa con quell’aspetto incredibile. Così avevo iniziato a lavorarci il sabato, e quando sei ragazzino nei primi anni ’70 in un posto frequentato da una parte da invasati del lattice e dall’altra da pop starstipo Bryan Ferry che entra in negozio come se niente fosse, be’, anche se hai solo 15 anni ti accorgi che non è un mix così normale.

G: Qualcuno dice che tutto quello che ha motivato l’esistenza dei Pistols non può essere compreso oggi.

GM: Non è vero. Penso che quello che abbiamo detto possa essere compreso benissimo anche adesso, magari cambiando ‘God Save The Queen’ in ‘God Save Donald Trump’. La verità e i fatti non cambiano: cambiano solo i nomi per proteggere gli innocenti, come nei titoli di coda del film.

G: Nonostante tutto il bene che Johnny dice adesso di Donald Trump.

GM: Sì, ma Johnny è fatto così, dice sempre l’opposto di quello che lui pensa la gente si aspetti da lui.

G: Nicky Wire dei Manic Street Preachers mi ha detto: “Johnny torna sempre utile se hai bisogno di una citazione”.

GM: Esattamente, per quello va sempre bene. Poi ti dirà che il nero è bianco, e il giorno dopo che no, il nero è nero.

G: I Pistols sono finiti nei musei. Cosa rispondi a chi dice che è una contraddizione, data la natura del punk?

GM: Non ci siamo infilati noi al museo, sono altri ad averci messo lì. E lo capisco anche, perché la gente che lavora oggi attorno alla musica magari ha iniziato ai tempi del punk, e sembra che dopo non sia successo più niente di eccitante per loro, così vogliono l’anniversario, la ricorrenza, i quarant’anni di questo o di quello. (Indica un tram di passaggio) Ecco, guarda la pubblicità su quel tram, ‘Nick Cave and the Bad Seeds’, ancora Nick Cave: stavamo dicendo? Prego, accomodatevi e chiedete a lui. L’anno scorso mi hanno invitato a parlare alla British Library sul quarantennale del punk, anche Johnny ha fatto queste cose: per cos’altro vuoi che mi invitino a parlare in una sede del genere? E non credo che sia una cosa poi così pessima: lo sarebbe se non fossimo andati avanti, ma Steve, io, Paul e John abbiamo fatto altre cose, abbiamo sempre cercato di essere contemporanei e di vivere nel momento, non siamo certo attaccati al passato coi denti. Sarebbe veramente una cosa da disperati.

G: Forse è cambiato qualcosa dai giorni in cui cantavate “No future”.

GM: Ecco, qui c’è sempre stato un grande equivoco che va chiarito. Tutti sembrano avere interpretato il senso di “No future” dandogli una valenza di slogan nichilista, ma il significato è completamente diverso: noi intendevamo dire che non c’è futuro se non ti alzi e non tenti di fare qualcosa. Se te ne stai lì con le mani in mano non ci sarà mai un domani. Fin da quando abbiamo scritto il pezzo il significato ci è sempre sembrato chiaro.

G: È lo slogan che più di ogni altro ha identificato il punk in chiave negativa/nichilista.

GM: Sì, a torto. Il punk ha sempre significato pensare con la tua testa senza prendere per assodate tutte le stronzate che ti raccontano. Solo in questo caso c’è un futuro.

G: Be’, da allora un domani il punk l’ha avuto, vista la miriade di gruppi che hanno continuato a venire fuori.

GM: E oltre ogni aspettativa qualcuno ha anche avuto un grande successo, cosa improponibile ai tempi in cui eravamo usciti noi. E c’è qualche band notevole anche oggi, nonostante qualcuno sostenga ancora che il punk è morto.

G: Questo mi porta a chiederti cosa pensi di Joe Corré e del suo happening ‘Burn Punk London’ (il 26/10/2016 lo stilista Joe Corré, figlio di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren, ha bruciato in un evento pubblico sul Tamigi gran parte della collezione di cimeli appartenuti al padre e ad altri per un valore intorno ai 5.000.000 di sterline con proclami del tipo “Il punk è diventato una commodity, per coerenza deve scomparire senza lasciare traccia”, nda).

GM: Una stronzata, pura spazzatura. Avrebbe potuto tranquillamente mettere a frutto tutta quell’attenzione e tutti quei soldi per una causa utile, tipo il surriscaldamento del pianeta o la carenza d’acqua nel mondo, tanto per dire. Invece niente di niente. E il peggio è stato mettere in scena tutto quel can can nel giorno esatto dei 40 anni dall’uscita di ‘Anarchy In The UK’. Al limite una cosa del genere avrebbe potuto farla suo padre: lui avrebbe potuto avere delle ragioni, non Joe che non è mai stato un punk e non sa nemmeno cosa sia, lui ha trovato tutto in casa e pensa di diventarne il protagonista con questa cretinata. È affondato su una barca non sua: quando l’ho visto bruciare tutta quella roba ho pensato che mio padre di mestiere guidava il bus, ma se avesse voluto bruciarlo non avrebbe aspettato di essere alla guida per appiccare il fuoco.

G: Nella conferenza stampa del Filthy Lucre Tour del 1996 al 100 Club di Londra Johnny disse che il rock’n’roll è diventato irrilevante come l’opera. Cosa ne dici?

GM: Ooh. (Pensa a lungo). Non saprei. (esita). Io faccio quello che faccio, è la musica che è diventata una complicazione continua a tutti i livelli: mettono insieme un po’ di questo, un po’ di quello e pregano che funzioni. Cerco di fare le cose in modo semplice e diretto, prendo la mia chitarra acustica, vado sul palco e vediamo cosa succede, al limite posso sempre tornare allo skiffle. Quando abbiamo messo insieme i Sex Pistols era tutto molto complicato: prog rock, jazz rock eccetera, mentre noi tornavamo ai ‘60s e ‘50s per semplificare. Una cosa pretenziosa a volte può riuscirti anche bene, ma un messaggio chiaro sta sempre in piedi da solo.

G: Ripensando al primo reunion tour del 1996 c’è qualcosa che oggi faresti in modo diverso?

GM: No, mi è sembrato buono. Davvero.

G: Ma non avete proprio mai considerato l’idea di fare un vero nuovo album dei Pistols, con tutti pezzi scritti ad hoc?

GM: Ne avevamo parlato un po’ all’inizio: Steve, io e Paul ci abbiamo pensato, Johnny aveva iniziato a lavorarci su. Alla fine è prevalso il timore di venire fuori con qualcosa che sarebbe stato inevitabilmante paragonato a quello che abbiamo fatto in passato, e che il paragone non avrebbe retto. E nonostante che la nostra natura ci abbia sempre portato a fregarcene di cosa dicono tizio e caio, devo dire che in questo caso capisco la scelta di non farlo. Anche perché John non è più Rotten, è John Lydon e ha fatto i Public Image per anni, Steve se n’è andato in America e ha fatto un sacco di altre cose, Paul ha fatto le sue e io ho sempre fatto le mie. E ogni volta che rimettiamo in moto i Sex Pistols tutto quello che ognuno di noi sta facendo in proprio si ferma per tre anni, e quando finisci con i Pistols devi ricominciare tutto da capo. Non è una cosa da niente.

G: Veniamo a ‘Never Mind The Bollocks’. E’ vero che inizialmente Malcolm e un paio di componenti del gruppo fossero assolutamente contro l’includere nell’album i quattro singoli usciti in precedenza?

GM: Non te lo so dire, ero già uscito dal gruppo. Ma ti dico che se non ci fossero stati dentro tutti e quattro i singoli l’album non sarebbe stato un granchè dal momento che non c’erano abbastanza pezzi in repertorio, a meno che qualcuno non si fosse messo a scrivere un bel po’ di pezzi in poco tempo. Evidentemente nessuno l’ha fatto, altrimenti negli ultimi 40 anni mi sarebbe arrivato all’orecchio. Per dirti, sei mesi fa hanno annunciato che era saltato fuori un inedito dei Pistols dalle sessions dell’album, che poi si è rivelato l’ennesimo alternate mix di quarta serie di ‘No Feelings’ o qualcosa del genere.

G: La nuova edizione/box set del quarantennale aggiunge qualcosa?

GM: No, decisamente.

G: Dopo i Pistols hai suonato con un bel po’ di nomi eccellenti. C’è qualcuno che hai nel cuore in particolare?

GM: Oh, mi è piaciuto molto suonare ai tempi con Iggy Pop a New York. Succede che Iggy mi chiama all’improvviso, proprio quando sono lì e non sto suonando con nessuno, e mi chiedo: “E adesso cosa faccio?”. Così ci incontriamo da lui e va a finire che suoniamo subito al Palladium la notte di Halloween, che io da buon inglese non so nemmeno cosa sia. Tutto il pubblico in costume, i Cramps che aprono per noi, Debbie Harry vestita da strega che mi bacia nei camerini, tutto bellissimo. Poi di recente ho suonato con i Faces in un festival con 50.000 spettatori: mi sono ritrovato sul palco con gente che a 14 anni andavo a vedere in prima fila, e poi a casa stavo ore davanti allo specchio a mimare Ronnie Lane, senza sapere minimamente da che parte si cominciava a suonare il basso.

G: A proposito, quali sono il tuo modello di basso e il tuo bassista preferiti?

GM: Fender Precision, assolutamente. Avevo un modello del 1961, il migliore del mondo, e quando penso che me l’hanno rubato mi incazzo ancora. Adesso suono principalmente la chitarra acustica e di bassisti preferiti veri e propri non ne ho: mi piace Ronnie Lane, poi John Entwistle e – ma solo come bassista – Paul McCartney, a parte le battute (nel 1977 Malcolm McLaren dichiarò alla stampa che uno dei motivi per cui Glen Matlock era stato estromesso dai Sex Pistols fosse la sua supposta passione per i Beatles, nda). E anche Trevor Bolder.

G: Chi erano i tuoi preferiti agli esordi dei Pistols? Ti ispiravi direttamente a qualcuno?

GM: I soliti: Small Faces, poi i Faces per i quali facevo una malattia. Mi piacevano anche Roxy Music e Bowie, ma era Ronnie Lane a essere una mia grande influenza.

G: Cosa dici del fiume di libri sul punk che continuano a uscire?

GM: Dico che dovrebbero pagarci.

G: Cosa ti fa alzare dal letto la mattina?

GM: Il dovere prendere un aereo per venire in Italia in questo weekend, ad esempio (risate). Poi proseguire per l’Australia e la Nuova Zelanda, per poi rialzarmi da letto in tempo per andare a suonare in America con Clem Burke e Walter Lure per un tributo agli Heartbreakers, per poi tornare in Italia a dicembre.

G: Sei felice?

GM: Sì. Mi piace fare questo e quello. Mi piace vedere il mondo, e non dal televisore.

Ci alziamo dal tavolo. E’ ora di andare in libreria e di aprire la gabbia. Una giornalista si avvicina e gli chiede: “Glen, cos’è il punk?”. Lui si volta, mi indica e le risponde: “Chiedilo a lui, lo sa più di me”. Glen, questa me la attacco al petto.

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