Born to run, Bruce Springsteen spiegato a tutti

Non siamo grandi conoscitori della musica di Bruce Springsteen. Certamente abbiamo nelle orecchie i suoi grandi classici, eredità di un ascolto adolescenziale affrettato e sudato al ritmo di Born in The Usa, privo però dell’approfondimento necessario per poterci considerare esperti in materia. Proprio per questo la nostra lettura della sua autobiografia Born To Run, pubblicata in Italia da Mondadori, ci ha coinvolti come se si trattasse di un romanzo on the road tipicamente americano, la storia di un ragazzo italo-irlandese cresciuto sulla strada con la scintilla della musica innescata dalla visione di Elvis Presley e quindi dei Beatles, e il grande riferimento narrativo di Bob Dylan. Bruce Springsteen, che in Italia (quella che definisce la sua seconda madrepatria) è anche il mito di quel concerto a San Siro il 21 giugno 1985, ricordato nel libro in modo drammatico, quando solo pochi eletti potevano suonarci e riempirlo, riferimento che da noi trova a nostro parere la completa e corretta intensità di generi, esplosioni e sussulti narrativi in Massimo Priviero.

Ma torniamo alla storia raccontata in Born To Run. Springsteen descrive dettagliatamente il suo percorso familiare e quindi artistico, i rapporti con le sue due metà di sangue (quella italiana per parte di madre e quella irlandese per parte di padre), dalle quali ha preso dettagli fisici e comportamentali, indole ed emozioni, la scuola e la dottrina cattolica fino alla prima agognata e scalcinata chitarra acquistata con l’aiuto della madre. Da lì tra dubbi e rimbalzi, le prime band, i primi concerti, le tante figure paterne alternative che saranno poi decisive nel guidarne la parte artistica e non solo quella. Una cavalcata che attraversa più decenni, senza nascondere particolari personali e sofferti.

Quello di Springsteen è inizialmente un viaggio più sex and rock and roll, e nessuna drug (ci tiene a precisarlo più volte, nonostante le occasioni avute), alloggi di fortuna e gavetta lunga e disagevole, che conferma il mito della rockstar in erba all’inseguimento del suo sogno, che però nel suo caso ha profonde radici nel soul e nella convinzione di essere un autore che ha veramente qualcosa da dire. Con tanta ambizione. Davanti al palco, nei bar e nei teatri di scuola, poca e poi sempre più gente, leggendarie risse tra hippie scatenati e incursioni della polizia, episodi che fanno da contorno all’alternanza di affermazioni e ripartenze.

Dal suo primo contratto vero, a 22 anni, quando i soldi erano pochi e le clausole già tante, nacquero l’album d’esordio, Greetings from Asbury Park, N.J., e il tour successivo. Da lì in poi, una storia non senza intoppi e ostacoli da superare, con il formarsi pian piano di quella E Street Band, compagna di strada decisiva e fonte di comando e rigorosa sicurezza, lasciata e poi ripresa. E tanti riferimenti e considerazioni da cultore della musica nei suoi diversi generi ricercati, oltre che suo fattore, con tira e molla personali e professionali, fino alla depressione che a un tratto spunta e lo segue, scoperta e trattata per non farsi male e ritrovare la vita. Il capitolo decisivo per capire chi è Bruce Springsteen, narratore in musica, è però quello breve, splendido, a metà libro dedicato a Clarence Clemons. Da lì si capisce cosa vuol dire saper osservare e raccontare le persone.

Per concludere: tra i segreti delle autobiografie di successo non c’è solo il viaggio di una vita, raccontato in modo particolareggiato, con tratti divertenti e poca celebrazione, ma anche quello di stimolare il lettore ad approfondire ulteriormente l’opera del suo autore, pur non essendone un vero seguace. Born To Run, con le sue oltre 500 pagine, centra appieno l’obiettivo, non parlando solo del lui protagonista ma anche di quello che gli ruota attorno in termini storici e sociali, gettando qua e là qualche massima di saggezza. Senza timore di sembrare anche pop, e non solo rock.

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4 commenti

  1. s

    Il boss è semplicemente grandioso. Musica testi concerti, un fenomeno.

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  2. I

    sono stato fan del Boss dai tempi di Darkness on the edge of town.
    testi chilometrici con slang americano, costruzioni musicali sempre migliori, la purezza di The River l’apoteosi. commerciale Born in the Usa, anche se di livello.
    A me piacque molto pure Nebraska, molto bad lands, sempre molto verghiano
    dal vivo, visto più volte sempre livello altissimo e sempre chilometrico

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  3. M

    Concordo pienamente anche sul paragone con Massimo Priviero, l’unico italiano che può reggere questi confronti per intensità, poesia e carica emotiva

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  4. A

    Priviero è stato lanciato quasi in parallelo con Ligabue, la distanza tra i due album di esordio è di due anni. Perché lui abbia avuto molto meno successo resta un mistero (al di là delle logiche discografiche), considerata la qualità dei suoi dischi, con canzoni di grande impatto.

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