Paola Turci si ama lo stesso

Da ragazzi alcuni nella nostra compagnia erano ‘innamorati’ di Paola Turci. E noi con loro, fin da quando nel 1986 aveva esordito a Sanremo con L’uomo di ieri, bel brano scritto da Gaio Chiocchio e Mario Castelnuovo, intervistato di recente da Indiscreto. Lei ci piaceva molto e la consideravamo il nostro ideale estetico femminile. Per questo siamo rimasti un po’ spiazzati leggendo nella sua autobiografia (Mi amerò lo stesso, Mondadori – a cura di Enrico Rotelli) che veniva considerata semplicemente un ‘tipo’, oltre a essere definita una ‘tappa’ per via dell’altezza ridotta che in televisione a dire il vero non avevamo mai notato. Sarà che fin da bambini a noi in effetti piacevano proprio le ‘tipe’, e le ‘tappe’ ben proporzionate, possibilmente dai capelli neri e dal fisico sportivo, con jeans e maglietta…

Poi c’era anche la musica con la nostra canzone preferita che si intitolava Frontiera, che non smettevamo mai di ascoltare in un loop continuo e avevamo inserito in quelle compilation personali fatte con le musicassette che i ragazzi ‘mp3’ di oggi si sognano. Bel periodo, quello dell’adolescenza in cui si scoprono tante cose e si definiscono i propri gusti, i più istintivi e radicati. E quelli di Paola Turci dal punto di vista musicale toccavano mondi che condividevamo (ad esempio Alice) anche se lei (lo scopriamo solo adesso) aveva una idiosincrasia per le canzoni d’amore, considerate alla stegua di giornali di pettegolezzi. A noi invece piacevano, inguaribili romantici nonché – ieri come oggi – sostenitori del pop italiano d’epoca, anche se poi una delle sue più belle si intitola Ti amerò lo stesso (ripresa in modo quanto mai azzeccato nel titolo del libro).

Una posizione che le fa addirittura rifiutare un brano perfetto come Almeno tu nell’universo, poi assegnato a Mia Martini con il magnifico esito che tutti sappiamo. L’anno è il 1989, quello di Bambini, un titolo (e un mondo) che Paola più avanti vivrà intensamente, che la consacra al successo dopo essere stata per lungo tempo solo premiata dalla critica. A scorrere le pagine che raccontano quel periodo, i suoi ricordi pubblici sono anche nostri ricordi, quelli privati invece sorprendenti per chi non voleva essere solo una bella voce che canta canzoni d’amore.

La ‘piccola Paola’ poi sceglie l’indipendenza e un percorso che la porta sia in termini di immagine che artistici a una evoluzione personale – diventando anche co-autrice dei suoi brani -, si rifiuta di posare per Playboy e vive un rapporto travagliato con Paolo Canè, curiosamente, nostro idolo tennistico dell’epoca. Fino a una canzone, Stato di calma apparente, che come una sorta di presagio precede di pochi mesi l’episodio destinato a segnarne i connotati fisici e dell’anima, con risvolti inaspettati.

Da questo punto di vista i capitoli che raccontano l’incidente d’auto dell’agosto del 1993, quei cento punti di sutura e tutto ciò che ne consegue, ci hanno coinvolto in modo profondo su un lungo percorso dove la musica fa da colonna sonora della sua ricerca più intima e la scoperta della bellezza interiore, di un infinito che Paola Turci non ha paura di raccontare. Un travaglio tra nuove canzoni, l’amicizia con Carmen Consoli che la porterà finalmente a ‘Salutare l’inverno’ per raggiungere una nuova primavera, fino a un evento che da adolescente non avrebbe mai immaginato, tanto più se accaduto ad Haiti in un luogo definito tra disperazione e coraggio, speranza e amore immenso. Episodio che non sarà però quello definitivo, ma il preludio per una nuova svolta, ancora più consapevole e matura. Per volare così, alla scoperta della vita, e amarsi lo stesso, e nonostante…

Paolo Morati, in esclusiva per Indiscreto

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1 commento

  1. Grandissimi mezzi vocali, rovinati da progetti troppo “italiani” (non credo di dover spiegare cosa intendo…).
    Ricordo una sua comparsata in tv dove cantò live la cover di Old love” (un vecchio blues reso famoso da Amalia Jackson…).
    Lì fu chiaro che era nata nel paese sbagliato…

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