La forza del piano: intervista a Patrick Trentini

Quando si parla di musica il primo suggerimento che ci viene in mente è quello di ascoltarla a occhi chiusi. Non c’è niente come la vista (o quasi) che influisce infatti sulla nostra capacità di concentrazione. Cosa c’entra questo con il nuovo album del compositore e pianista Patrick Trentini? Presto detto. Intitolato Sparate sul pianista, raccoglie una serie di tracce strumentali (solo piano, appunto) sulle quali è bene rimanere focalizzati appieno per coglierne tutte le sfumature e i significati. Un’opera che alla sua uscita ha raccolto una certa attenzione in un momento in cui negli ultimi anni diversi pianisti contemporanei hanno guadagnato la scena, non solo televisiva. Trentini è uno di questi e il suo nuovo album ci ha favorevolmente impressionato per la varietà di situazioni che riescono a non farti premere il famigerato pulsante next track, così attuale nell’era digitale. Lo abbiamo intervistato su vari temi per conoscerlo meglio e fare il punto su uno scenario comunque lontano dalle classiche diatribe tra rock e pop.

Perché ha scelto il titolo Sparate sul pianista per il suo nuovo album?

Premesso che amo molto “giocare” con i titoli, la scelta di “Sparate sul pianista” mi sembrava il modo più ironico ed incisivo per affermare che affronto il pubblico e le critiche con estrema serenità e convinzione.

Quando ha cominciato a studiare pianoforte e quali sono state le tappe del suo percorso formativo e artistico che l’hanno poi portata anche a dirigere, comporre ed esibirsi in pubblico?

Gli “esordi” risalgono ormai a molti anni fa, inizialmente con una tastierina monofonica Bontempi da un’ottava e mezza e poi – finalmente – sul pianoforte: probabilmente il “sollievo” derivante dal passaggio a uno strumento vero è stata la spinta che mi ha portato a studiare da subito con grande determinazione e dedizione. Da allora è stato un susseguirsi di esperienze, dapprima da studente (diploma di pianoforte, compimento medio di violoncello, studi privati di composizione e di direzione d’orchestra) e poi, dal 1997, come professionista sia da solista che in formazioni più allargate (fino all’orchestra) e in vari generi musicali.

Si dice che il pianoforte sia lo strumento più completo in assoluto. Concorda con questa definizione e che cosa lo differenzia effettivamente dagli altri in modo così decisivo? Se non avesse studiato pianoforte quale altro strumento avrebbe scelto?

Per me questa risposta è particolarmente semplice, avendo fatto – come accennato prima – anche studi di violoncello fino al compimento medio (il cosidetto “ottavo anno” del vecchio ordinamento dei Conservatori). Superato quell’esame, però, mi sono reso conto che mantenere un livello elevato su due strumenti così diversi era pressoché impossibile, ed ho allora deciso di dedicarmi totalmente al pianoforte, il mio primo amore. Concordo sulla “completezza” dello strumento, derivante dall’enorme gamma che è in grado di riprodurre dal punto di vista dell’estensione.

Siamo abbastanza ‘vecchi’ per ricordarci a cavallo tra gli anni ‘7o e gli ’80 alcuni compositori ed esecutori che rilanciarono l’uso del pianoforte a livello mainstream (ci vengono in mente Stephen Schlaks e Richard Clayderman). A ormai 30 anni di distanza il suo ci sembra però un discorso diverso. Quali sono gli obiettivi che si è posto ed è rimasto sorpreso dai riscontri che ha ottenuto?

La scrittura musicale è innanzitutto espressione dell’individualità: non è facile trovare un compromesso tra le intenzioni “pure” della composizione e un’inevitabile attenzione al pubblico e alla “commerciabilità” del prodotto. Il mio obiettivo in tal senso è stato proprio quello di cercare di far convivere il mio estro compositivo con la fruibilità del mio lavoro. Cerco sempre di inserire nei miei brani due “livelli” di lettura: uno più semplice, immediato, per chi si accosta da neofita al pianoforte solista, e uno più complesso e ricercato, interessante anche per gli addetti ai lavori. Infine non è facile riuscire a delineare una “coerenza stilistica”, quella caratteristica che porta l’ascoltatore a riconoscere che il brano è di un determinato autore: per me è una gioia enorme quando qualcuno, relativamente ad un mio pezzo, mi dice “si sente che è tuo”.

Oggi stiamo assistendo, di fatto, a una riscoperta del pianoforte anche da parte di chi era abituato ad ascoltare proposte più da hit parade, complice l’affermazione di nomi come il suo, Giovanni Allevi e Stefano Bollani. Non le chiediamo di dare un giudizio sui suoi colleghi, però ci interessa capire perché un tempo si parlava sostanzialmente più dei grandi interpreti di classica, di mostri sacri (un esempio per tutti Arturo Benedetti Michelangeli), mentre oggi chi suona il pianoforte, con le dovute valutazioni e differenze di stile ed effettive capacità, può diventare una star anche tra il pubblico generalista. Che cosa è effettivamente cambiato oggi e quali sono stati (se ci sono stati) i suoi riferimenti del passato?

Il “problema”, se così vogliamo chiamarlo, è che una volta arrivava prima la musica e soltanto dopo il personaggio: adesso assistiamo a un procedimento inverso, complici le vie di comunicazione molto più immediate e qualche ufficio stampa che, al fine di monetizzare, promuove personaggi agli esordi che avrebbero innanzitutto bisogno di occuparsi più di musica che di aspetti “collaterali” e solo dopo un attento percorso di formazione presentarsi al pubblico. Tengo a precisare che – fortunatamente – non è il caso dei colleghi da lei citati: Bollani è un vero mostro sacro, che – pur facendo un genere completamente diverso dal mio – non manca di stupire ogni volta per il suo talento impressionante. Allevi è un grande comunicatore, talvolta “di rottura” per tenere alta l’attenzione sul personaggio, ma non c’è dubbio che il percorso formativo alla base sia stato lungo e approfondito. I miei riferimenti del passato sono molti (sia nella classica che in altri generi), forse troppi per nominarli: non nascondo però che, attualmente, sono affascinato – per quanto concerne la classica – dalle operazioni legate alle figure di Lang Lang e Valentina Lisitsa, due artisti sui quali sono state fatte imponenti operazioni mediatiche (web e non solo) ma che hanno una “sostanza” artistica tale da giustificare qualsiasi campagna pubblicitaria.

Sappiamo che lei è anche ciclista e maratoneta. Che cosa hanno in comune con la musica queste sue passioni e come riesce a conciliarle con la sua attività artistica? Ci può raccontare qualcosa di più anche di questo suo lato sportivo?

Lo sport (seppur praticato a livelli amatoriali, come nel caso del sottoscritto) e la musica hanno in comune un aspetto che si può sintetizzare in un termine che amo molto, ossia la “disciplina”; non nascondo, ovviamente, che per me la pratica sportiva è una valvola di sfogo, un momento di “pausa cerebrale” che mi consente di sciogliere un po’ di tensioni. Il mondo del podismo in particolare, poi, è una magnifica occasione di aggregazione: le mie amicizie sono in gran parte tra i non musicisti e – al contrario – sono ampiamente concentrate tra gli sportivi.

Lei ha l’orecchio assoluto. Può spiegare ai profani di cosa si tratta e come viene riconosciuto e quanto questa sua caratteristica è importante per il suo ‘mestiere’ di musicista?

Semplice: io sento le note con il loro “nome”. Per farla breve, sono in grado di riconoscere l’altezza di qualsiasi suono senza avere alcun riferimento: questo “dono” è utilissimo soprattutto in fase di trascrizione, in pochi minuti riesco a realizzare la partitura praticamente di qualsiasi brano partendo solo dall’ascolto.

Tornando al suo nuovo album, notiamo come siano presenti brani che accelerano e altri più tranquilli. Tra quelli che ci ha colpiti di più c’è Ultimo treno, con un crescendo di bassi che si rincorrono e un ritmo che dà l’impressione di qualcosa che si vuole raggiungere ma sta scappando, fuggendo. Quanto è difficile scegliere il titolo per qualcosa di solo strumentale e quali sono i passi che segue in fase di composizione e successiva elaborazione ed esecuzione?

Nella maggior parte dei casi il titolo nasce assieme al brano, in virtù del fatto che le “cellule embrionali” dei vari pezzi hanno quasi sempre un’ispirazione legata al mondo reale e che diverrà, poi, l’argomento della composizione. Tutte le mie musiche nascono da frammenti, da piccoli elementi che poi vengono sviluppati secondo vari procedimenti (talvolta interamente allo strumento, talvolta su carta) e che, prestando molta attenzione alle “proporzioni” tra le varie sezioni di un brano, sfociano poi nel pezzo finito.

Per chiudere, da insegnante di musica, quali sono le sue valutazioni sul sistema scolastico italiano per quanto riguarda questa particolare materia, anche paragonando a quanto avviene all’estero? Pensa che ci sia sufficiente attenzione al tema e come giudica l’introduzione del Liceo musicale e coreutico?

Il liceo musicale è indubbiamente un’ottima risorsa (io stesso ho frequentato il liceo musicale tra il 1990 e il 1995, quando questa scuola superiore era davvero agli albori); al contrario, sono piuttosto perplesso sulla riforma dei conservatori, che presenta a mio parere dei piani di studi dove viene posta notevole attenzione sulle materie complementari ma in cui la pratica dello strumento rischia di assumere un ruolo pericolosamente secondario; inevitabile osservare, infine, come l’Italia non sia propriamente l’eccellenza per quanto concerne la considerazione nei riguardi delle materie musicali, ma sono fiducioso che il tempo e l’assegnazione di ruoli decisionali a figure sempre più competenti porteranno a un ulteriore miglioramento in tal senso.

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