Falchetti da calcio

Oscar Eleni dalla casa del presidente uruguaiano Josè Mujica, l’uomo che seguiremmo ovunque, anche nella sua casa di 50 metri quadri spingendo più in là questo territorio cattivo, inquinato dove certo i pappagalli vestisti da falchetti non capirebbero mai le parole dell’ex tupamaro che 14 anni di galera  non hanno fiaccato anche se ci ha perso un rene, la milza: ”Chi non è felice con poco, non sarà felice con niente”. Figurarsi i ragazzi con cuffie stereo che neppure si accorgono se il compagno di viaggio ha perso un parente, se nel mondo la gente piange, se intorno c’è soltanto povertà , ingiustizia e disoccupazione.

Ecco l’illuminazione che ci serve pure per queste brevi note cestomantiche con il calendario che spezzetta tutto: emozioni, rivoluzioni, sensazioni. Scrivere oggi e poi risentirsi martedì dopo aver visto come la Reyer affidata alla genialità di Zare Markovski, allenatore di qualità, si batterà contro l’Emporio dove Luca Banchi ha cambiato vestiti, ha sposato la tesi di Mujica, vera musica metallara per giocatori maleducati alla vita dura del campo. L’unica certezza, per Markovski e Banchi, è che i loro giocatori, bravi o scadenti, hanno tutti in tasca il vocabolario del pappagallo: siamo tutti colpevoli se hanno cacciato l’allenatore Mazzon; siamo tutti coinvolti nella squadra, pazienza se qualcuno pensa che il pallone abbia dentro la sorpresa e lo scuote fino ad esaurire le idee per un passaggio decente.

Accontentarsi di poco, ecco il segreto: ci va bene la cornata di Viggiano a Malaga che ha dato il primo successo a Siena dove hanno in mente di ritoccare la squadra perché non è vero che pensano ad una stagione di transizione, sono ancora affamati, anche in mezzo alla baraonda, tenendo alla larga i profeti di sventura che temono il collasso di febbraio. Ci va benissimo  il successo di pubblico, quasi 6.000 persone, incasso ignoto, per l’Armani nel giorno sbagliato per andare in campo: Italia-Germania di calcio, tormenti per scioperi  a singhiozzo in città. Arte dell’autocanestro spiegata all’inclita, al nemico che vede solo il male nelle notti dove si va oltre la musica che esclude qualsiasi relazione amichevole con i vicini di posto, sarà per questo che nessuno riesce a fermare le bestie da insulto a prescindere, perché la nuova società di Livio Proli è proiettata nel futuro e raccoglie testimonianze, filmati dai suoi tifosi appassionati. Cosa vi lamentate dell’incrocio infausto, c’era pure re Giorgio Armani al Forum. Giusto. La grande città con palazzone in prestito ad Assago offre molte scelte.

Il re dello stile ha preferito i suoi ragazzi della pallacanestro a quel catino infernale di San Siro dove, tanto per farci riconoscere, la cosa che si è notata subito sono stati i fischi all’inno tedesco. La malattia sembra incurabile. Lo capisci dalle piccole cose prima che da quelle grandi. Il basket non respingerà i Daspo del calcio, li accoglierà a braccia aperte perché in curva di descamisados hanno bisogno del truce che li faccia diventare coraggiosi in branco. Attenti a questi falchetti che vogliono diventare importanti anche sotto canestro. Aspettiamo il primo allenatore  silurato dalle curve, il primo giocatore cacciato per aver bevuto un bicchiere di latte in altre contrade. Intanto generosità a prescindere, la durezza gestionale vale soltanto per tenere lontano il passato. Meno male che a Bologna Renato Villata, Anconetani e Calamai la pensano diversamente.

Accontentarsi di poco non è la parola d’ordine nell’associazione giocatori che ha scoperto  la mediocrità della riforma, già  denunciata in tempi non sospetti, chiedendo a gran voce un nuovo intervento al sindaco del Circeo che di certo non ha tempo per queste miserie. Lui ha recuperato Hackett alla Nazionale. Cosa volete di più? La Giba vorrebbe un italiano fisso sul campo. Gli allenatori squittiscono che non è possibile preparare in sala video una partita con questo peso morto dell’italiano in campo comunque. Comunque sia, mettetevi tutti a cercare qualche giocatore che possa giocare al centro, in America, Papuasia. Bertea non negherà il rimborso spese al cacciatore che poterà l’oriundo giusto. Ce ne sono milioni nel mondo, da quando ancora eravamo noi a terrorizzare i legaioli degli altri stati.

Le uniche regole che valgono, cara gente,  sono quelle del campo: lo vedete anche voi come ci bistrattano i virgulti in eurolega, come si fa fatica a mettere la testa fuori dalla sabbia del campionato dove l’equilibrio fa perdere la testa: si gioca meglio, si gioca peggio? Certo la gente paga e va a vedere. Quanti altri campionati e sport hanno nel bilancio minime entrate televisive e sostegni soltanto da sponsor e spettatori paganti? Chi vede le italiane in Europa parla genericamente di squadre mediocri, non da corsa per arrivare fra le prime quattro, forse le prime otto dei loro tornei. Vedremo. Lasciate lavorare allenatori che non vanno in palestra per nascondersi, per fingere che il piumino conta come il bastone, che la carota serve sempre e  il limone mai. Siamo contenti di vedere crescere Melli a Milano e Cournooh a Siena. Siamo contenti quando Sacripanti fa i salti  dorsali sulle asticelle più alte e non si lamenta se in centro città la Cantù  che non interviene si separa prima di avere in mano un’idea, un euro.

Chiusura intima sul libro di Giuseppe Gentile, ex primatista mondiale di salto triplo, bronzo olimpico  a Città del Messico perché nella “ Medaglia (con)divisa” ci ricorda un personaggio amatissimo nella storia di Azzurro basket, stiamo parlando del mister Crispi, l’uomo che faceva un caffè per gli dei molto prima di Lavazza, il fisioterapista che per i giocatori era tutto, pazienza se al momento di lavorare i muscoli di Ottorino Flaborea perdeva almeno cinque dei pochi chili del suo corpo scattante, sudando oltre l’umano, scoprendo con dolore che quello neppure si accorgeva della manipolazione. Insomma mister Crispi agli onori mai tributati dal basket e la medaglia al petto  la mette il Gattopardo Gentile, nipote del filosofo, un grande per lo sport sul campo e nell’organizzazione, un grande anche come dirigente, peccato soltanto che nelle due citazioni venga chiamato Crespi e non Crispi. Si rimedierà nelle prossime edizioni, ma intanto è ufficiale, il quadricipite leso del primatista del mondo fu manipolato e rimesso quasi a nuovo dal mister  a cui Giancarlo Primo e il dottor Borghetti delegavano tutto nella faticosa gestione della vita in azzurro, come poi avvenne con Sandro Galleani, un altro che dovrebbe entrare nella casa della gloria del basket che, ci auguriamo, non sarà mai infame, pur non avendo sede, come quella della Federazione Mondiale di Atletica che ha escluso Mennea.

A risentirci martedì cari Indiscreti, anche le stelle restano poche e i commenti a zero.

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