Il metodo Aranzulla, verticali e utili

Il 99,9% di chi naviga sul web in Italia sa chi sia Salvatore Aranzulla e quanto bene abbia fatto a chi è nato analogico e deve ogni giorno districarsi fra dubbi digitali di ogni tipo, dalla sincronizzazione di due dispositivi alla scannerizzazione di un documento. Banalità per i millennial, e nemmeno per tutti, incubi per chi la tecnologia la considera soltanto qualcosa di utile, senza mitizzarla. Ecco, utilità è la parola chiave di ‘Il metodo Aranzulla – Impara a creare un business online’, che il ventottenne di Mirabella Imbaccari (Catania) ha scritto per Mondadori Electa. Un libro scorrevole e dalla grafica chiara, come chiari sono i suggerimenti che Aranzulla e il suo staff danno da anni attraverso il loro sito aranzulla.it. Una delle poche realtà dell’informazione web che guadagni soldi veri, basandosi su alcuni concetti che Aranzulla spiega con il tono giusto, senza la pretesa di fare chissà quale rivelazione. Un tono più simpatico rispetto a quello di tanti suoi critici, di solito livorosi nerd invecchiati male, del genere ‘Steve Jobs era solo un bravo venditore’.

La premessa è che si sta parlando di lavoro, non di un un sito o di un blog aperti per divertimento o per scrivere di argomenti che pur con grande successo di pubblico non hanno un mercato pubblicitario significativo (come Indiscreto, viene da dire). Nella filosofia di Aranzulla, ma non solo della sua, il primo concetto di un sito di successo è la citata utilità: quello che si scrive deve essere utile a chi legge, non può essere semplice intrattenimento. Dalla tecnologia alla cucina, dalla medicina alla finanza, dai motori alla casa, i campi in cui ci chiediamo ‘come fare’ avendo competenze limitate sono davvero tantissimi. Il secondo concetto base discende dal primo ed è quello di verticalità: bisogna focalizzarsi su un argomento solo, risultando riconoscibili e credibili in quell’argomento. Non significa che di tecnologia possa scrivere soltanto un ingegnere, anzi i peggiori divulgatori sono quelli troppo competenti, ma che il lettore deve percepire Aranzulla, Rossi o Bianchi come credibili in quel campo. Può trattarsi anche di semplici appassionati, basta che entrino nella testa di chi li legge. Il terzo concetto è quello di approfondimento: nelle materie ‘utili’ i post da due righe scritti in maniera superficiale portano un traffico alto ma di serie B, con pubblicità di serie C. Aranzulla crede nel longform e lo pratica, i post del suo sito sono di solito molto lunghi e spesso si allungano ulteriormente nei vari aggiornamenti che subiscono.

Poi ci sono i soliti consigli sulla struttura di un post, che qualunque SEO potrebbe dare, sull’importanza del brand (Aranzulla ritiene che il sito debba avere un nome di persona, del direttore-fondatore, per essere un riferimento immediato), su quella dei titoli (deve dominare la parola ‘come’) e sul controllo delle mosse dei concorrenti, ma la parte secondo noi interessante è quella in cui si teorizza una sorta di informazione di servizio, lontana sia dall’intrattenimento sia dal giornalismo. Il rischio della marchetta è altissimo, perché scrivendo di prodotti, anche onestamente, è impossibile non citare i prodotti stessi, ma a un pubblico che vuole soprattutto leggere gratis tutto questo interessa relativamente. E del resto le marchette le fanno anche tanti giornalisti regolarmente stipendiati da un editore… In definitiva un libro agile che può essere fonte di ispirazione, almeno per noi lo è stato, non adatto a chi vuole arricchirsi grazie al web (bisogna avere un’idea propria, non copiarla da altri) ma adattissimo a chi non vuole buttare via il proprio tempo o coltivare illusioni.

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4 commenti

  1. M

    La foto in copertina potrebbe essere usata come immagine per un libro dal titolo ” Come stravolgere la realtà
    con Photoshop”.

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  2. e

    però oh, ditemi qualsiasi cosa, ma non riesco a farmelo stare antipatico 🙂

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  3. C

    La storia di Aranzulla è pura poesia.
    Il paesino sperduto, la famiglia che non sa manco cos’è internet, il viaggio a comprare il primo computer, la connessione a 56k, le bollette astronomiche e poi tutto il resto, che lui racconta con una semplicità che non si può non amare di fronte ai mille startuppari del nulla col culo al caldo.

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  4. C

    Peraltro il discorso sul nome che riprende anche il Direttore è a mio avviso centrale.
    I nomi giusti sono sempre una condizione necessaria nel marketing di qualsiasi prodotto o servizio.

    All’inizio molti nemmeno collegavano la parola Aranzulla a un cognome vero e proprio. Suonava divertente, non capivi bene chi c’era dietro, finivi per leggere e scoprivi che venivano scritte cose utili.

    L’unico colpo di fortuna di Salvatore è stato proprio il suo cognome. Si fosse chiamato Russo o Lo Cicero non avrebbe mai funzionato e si sarebbe impelagato nella ricerca del naming giusto.
    Aranzulla invece è perfetto per tutti: originale, memorabile, italiano (ma potrebbe essere anche una parola inventata…), personale.

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