Quarant’anni di Space Invaders

Il compleanno di Space Invaders ci ricorda che sono passati quarant’anni da quando un simpatico tamarro quindicenne, coltello alla mano (ma onestamente non sarebbe servito), aspettò che finissimo la partita al bar di via Gulli per chiedere ed ottenere mille lire, con la motivazione in effetti molto forte che “Non ho i soldi per giocare”. Il 12 gennaio in Giappone si sono festeggiati appunto i quarant’anni del leggendario videogioco della Taito, arrivato fino ai giorni nostri così come il suo inventore Tomohido Nishikado, che per motivi etici si rifiutò di rappresentare gli alieni (quei simil-granchi che gradualmente scendono a schiacciano noi sparatutto, lo diciamo per quell’1% che non sa di cosa stiamo parlando) in maniera simile agli umani.

Ci sono stati tanti videogiochi di successo, ma nessuno come Space Invaders (Pac Man sarebbe nato nel 1980) ha letteralmente creato un’industria conquistando sia le sale giochi che i televisori di casa con l’Atari 2600. Nella mostra di Tokyo si possono vedere anche i bozzetti originali di Nishikado, che per rappresentare gli alieni pensò a granchi con un’armatura che ricordasse alla lontanissima quella dei samurai: siccome alla fine si perde sempre, venendo schiacciati in totale affanno, non è troppo fantasioso ipotizzare (ma lo diciamo noi, non l’autore) che Nishikado abbia voluto creare una trama che facesse vincere il Giappone in ogni caso. Come attaccante, come difensore e anche come industria.

Non sapevamo, lo abbiamo letto nelle varie interviste celebrative, che Nishikado abbia sempre ammesso di essersi ispirato ad altri giochi, fra cui il famosissimo Breakout: al di là del mito, niente più di una rimasticatura dello storico Pong che molti di noi hanno in cantina (la consolle si chiamava Ping-o-tronic) come regalo di Natale 1977, ma con firme eccellenti come Nolan Bushnell, il fondatore di Atari, e Steve Wozniak, il fondatore di Apple insieme a Steve Jobs. La versione ufficiale per iPad, con mille varianti che però trascuriamo in favore degli originali bianchi e verdognoli, è tuttora giocabilissima ma ognuno ha i suoi gusti. Quello che non si può discutere è che nella cultura pop (Paolo Morati ha recensito lo splendido libro di Martin Amis sull’argomento) ci sia stato un prima e un dopo Space Invaders.

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4 commenti

  1. C

    “un simpatico tamarro quindicenne, coltello alla mano (ma onestamente non sarebbe servito), aspettò che finissimo la partita al bar di via Gulli per chiedere ed ottenere mille lire”

    La Milano che manca a Zhou!

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  2. Rimpiango anche la prepotenza di Aniello (mai capito se fosse il nome o il cognome), se non altro perché si manifestava sotto la fabbrica della Durban’s. Aahhhh, la sirena delle cinque…. Adesso che non si produce niente, a chi è che rubi? A uno che shorta sui bitcoin?

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  3. m

    Classe 77 ho vissuto solo il dopo. Occhio direttore con le nostalgie industriali! Vuoi smantellare la qultura klassicahhh???

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  4. t

    Il latino insegna a ragionare !1!?!!

    I videogiochi sono altamente formativi. E sono uno spasso clamoroso.

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