The Square, classe senza coscienza

Il classismo esiste in ogni società, ma in quella occidentale è unito ad una vicinanza fisica fra le classi che da budrieriani, appassionati e quasi residenti della zona San Siro da sempre ci affascina e sconcerta. Per questo The Square, appena uscito nei nostri cinema, è un film da vedere nonostante abbia vinto l’ultima Palma d’Oro a Cannes, lo scorso maggio. Il titolo prende il nome da un’opera di arte contemporanea, né più ne meno di un quadrato disegnato per terra, che Christian, curatore un po’ fighetto di un museo di Stoccolma, acquista grazie ad una donazione. Christian spiega al pubblico dell’arte e ad una giornalista (Elisabeth Moss è la Peggy di Mad Men) che il quadrato significa fiducia e altruismo, un perimetro all’interno del quale tutti abbiamo gli stessi diritti e doveri. Le classiche parole vuote da cartella stampa, che sulle prime fanno sembrare l’opera di Ruben Östlund una blanda satira sul mondo dell’arte (lette recensioni in tal senso), ma che invece secondo noi racconta in chiave moderna l’impossibilità di un reale rapporto con gli ‘altri’, senza che ci siano buoni o cattivi (i mendicanti risultano come i ‘barboni’ della nostra quotidianità, non come i romantici ‘clochard’ del Tg3 o di Sky Tg24). Il furto del portafogli ed il goffo tentativo di recupero fanno entrare il protagonista in contatto con una realtà non particolarmente degradata ma comunque spaventosa, di cui Christian non sa niente. Chi di noi realmente frequenta in maniera non superficiale gente di classi sociali diverse, superiori o inferiori che siano? Al di là di quattro cazzate su Ventura e Buffon non abbiamo argomenti in comune… Discorso che vale a maggior ragione nel mondo politicamente corretto di Christian, dove c’è sempre qualcuno di più puro, come dimostrerà una sfortunata campagna pubblicitaria per la mostra. Un film con chiari intenti progressisti, ma onesto e per molti versi decisamente sgradevole (l’uomo-scimmia che da opera d’arte diventa reale dice tutto), che forse non piacerà a chi si batte per le cause senza avere contatti con le persone. Un film vivo, non un compitino da festival come potrebbe sembrare.

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3 commenti

  1. G

    Ottimo. E’ anche per leggere cose così che vengo su Indiscreto.

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  2. j

    “…un film da vedere nonostante abbia vinto l’ultima Palma d’Oro a Cannes, lo scorso maggio…” Direttore sempre incisivo….. 🙂

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  3. m

    Direttore, visto lunedì sera.

    Premessa: https://www.youtube.com/watch?v=L8FpnM0NlXk

    Svolgimento (del compitino): film mediocre, se ce n’è uno. Nel senso della “medietas” che non riesce a imporsi come arte (esattamente come le “opere d’artista” del museo che il regista mette in questione). Östlund, in questo senso, rischia di diventare un eterno punto interrogativo, neanche una promessa mancata: mette in scena le sue riflessioni sui rapporti sociali ma dà l’impressione che l’avrebbe potuto fare anche con un articolo, non «dipingendo con la luce».

    D’accordo sul fatto che non sia una satira sul mondo dell’arte (Direttore, se ha letto recensioni in tal senso, è il caso di decidersi a non leggere più quei recensori). Il mondo dell’arte contemporanea è solo lo scenario; ma altrettanto quello della comunicazione e dell’accettabilità sociale all’epoca dell’internet, se è per quello.
    Più in profondità c’è sicuramente, come dice lei, un discorso sul semplice sfiorarsi (sul mai effettivo entrare in contatto) tra classi sociali diverse. Avevo lasciato una mia constatazione sul tema, mesi fa, su Indiscreto, e non voglio ora rigirare il coltello nella piaga. Ma nel film questo discorso viene portato avanti in maniera molto goffa, più goffa del tentativo stesso del protagonista di minacciare il ladro di portafogli. Per esempio: dai, veramente quello lì è un palazzo in cui si ha paura ad entrare? Sembrano i genitori della Cagnola che vietano ai figli di prendere la 57 per tornare a casa, perché sulla 57 ci sale anche gente che abita oltre il ponte Palizzi (figli che poi, occasionalmente, ragazzi di Quarto ce li hanno nella compagnia) … ma almeno fammi vedere le case popolari di via Lopez o via Concilio, non quel residence per vedovi affiliati al Rotary Club.
    Ma il vero tema, ancora più a fondo, è quello della violenza che ci abita: siamo lo scimmione dell’unica scena di vero cinema che si vede in 2 ore e passa di film (l’unica opera veramente d’arte tra tutte quelle proposte dal museo); unica scena, anche se tenterebbe di trasudare in quanto si vede prima e dopo. Siamo lo scimmione che dallo schermo guarda la nostra violenza istituzionalizzata, educata (l’entrata in scena delle due bambine) e in abito da sera (o a maneggiare il telefonetto in orizzontale, anche senza essere italiani e cinesi); siamo la scimmia che gira nell’altra stanza, ma che sappiamo bene esserci mentre di qua esercitiamo quel che ci è rimasto dell’amore.
    Più o meno quello che Gabbani cantava all’EuroFestival; ma con un maggior portato di riflessione da parte di Östlund (certo, il budget per produrre una canzone non equivale a quello di un film, però …).

    Quindi un suo nucleo interessante, potenzialmente incandescente, “The Square” ce l’ha. Peccato non lo sfrutti per imbeverci tutto il film e si limiti invece, per 2 ore a gingillarsi in scene che stanno oltre il livello opportuno di «sospensione dell’incredulità» e senza avere la capacità di tenere il picaresco che, per esempio, l’anno scorso ebbe “Toni Erdmann”.

    Film non “da vedere”, ma neanche una (totale) perdita di tempo, nonostante abbia vinto Cannes nell’anno in cui meritavano di più almeno Lanthimos, Haneke, i fratelli Safdie, Zyagintsev, Ozon, Sangsoo, probabilmente anche Campillo.

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