Glen Matlock, la storia del punk

“Hey, ti ho visto poco fa per strada qui dietro. Che stile, mi sono detto”. C’è da restare un po’ basiti, quando il tipo che te lo dice spuntando dal nulla è Glen Matlock.

L’appuntamento è alle 15 e 30 all’Hotel Cavalieri in Milano. Oggi (venerdì 27 ottobre 2017, ndr) alle 18 alla libreria Hoepli va in scena la presentazione di ‘La storia del Punk’ di Stefano Gilardino, cruciale libro-vademecum omnicomprensivo per il fan e per il neofita annunciato da tempo, sul quale Stefano mi ha dato aggiornamenti lungo tutta l’estate. “Se mi riesce, alla presentazione avremo un ospite di quelli storici davvero”, mi aveva scritto ad agosto. Prima le voci di corridoio tradotte in realtà dalla presenza del bassista/fondatore dei Sex Pistols, poi l’inattesa chiamata da Hoepli, editrice del volume: “Glezos, verresti a fare da interprete personale a Mr. Matlock?”. Ed eccomi qui in inusuale anticipo, appollaiato al bar di fianco con l’autore del libro tra aneddoti e facezie di lunga data. Stefano Gilardino:“A tutta questa attenzione non sono abituato. Sarò in giro fino a dicembre a fare presentazioni e adesso capisco un po’ di cose, ad esempio cosa vuol dire essere sotto pressione. E’ che per me è già un successo: avere fatto il libro che volevo e vederlo uscire è già una vittoria in partenza”.

“Mi rilasso un attimo: niente interviste al bar, arrivo subito”. Glen si siede con la sua compagna Claire a un tavolo mentre il nostro sestetto (Stefano, io, Eletttro, un’inviata di GQ, Debora Dolcetto -promoter italiana di Glen- e Sara Giudice, pazientissima addetta stampa Hoepli) è già nella hall dell’albergo. Le giornaliste in attesa non devono aspettare: Stefano salta di penna in registratore, mentre Glen già di ritorno a pieni giri indica il logo Westwood sulla mia borsa.

Glen:“Ooh, Vivienne. La borsa giusta”.

Ridacchio: “Beh, lo è da quando polleggiavo da Seditionaries con lei, Jordan e Michael Collins”. 

Glen: “Ooohh. Allora abbiamo un po’ di amici in comune, mi sa”.

È stato di parola: relax, cappuccino, un-attimo-uno ed eccolo fresco come un mazzo di rose a distribuirsi brillante, ottimista e pieno di wit alle reporter in deliquio. Solo una ha bisogno del mio operato: il suo inglese scivola e zoppica, come buona parte del suo domanda/risposta. Uno scambio è da cineteca.

Lei: “Il punk ti ha salvato la vita?”.

Glen: “No, l’ha rovinata”.

Poi attacca il monologo di Marlon Brando in ‘Fronte del porto’.

Glen: “Potevo essere qualcuno, potevo essere un contender…”.

“Eri tu Charlie… tu eri mio fratello, eri tu che dovevi proteggermi…”, rilancio. Ridiamo insieme all’intervistatrice che non ha colto.

Arrivo in libreria intorno all’ora prevista per l’inizio delle non-ostilità. Quasi le 18, gran movimento: copie di Storia del Punk fanno il surf sulla gente già ammassata al piano superiore, altri contingenti continuano a sciamare, Stefano è già arrivato, Glen non ancora. Facce e nomi dell’élite punk milanese DOC 1977-79 vanno e vengono, alcuni ritrovati da qualche anno, altri rivisti dopo una vita e mezza di dispacci da chissà quale fronte. Altri ancora mi salutano, chissà chi sono. Mi arriva un sms: “Dove sei?”. E’ Valeria Rusconi, DOC anche lei, magari non proprio punk ma milanese eccome, lei che da Rolling Stone è adesso agente all’Havana in quel di Repubblica a Roma – proprio lei che detesta Califano -, che stasera va a intervistare De Gregori ma che prima è venuta qui (Valeria, tanto lo so che un giorno sarai il mio capo).

Glen e Claire spuntano all’orizzonte. Insieme a Stefano e Eletttro imbocchiamo la scala nella nostra personale Going Underground aprendoci un varco nella ressa. Mi siedo vicino a Glen, appena giù dal piccolo palco. Gente dappertutto, attesa da derby: visto che qui si parlerà di punk gli interventi introduttivi di Ezio Guaitamacchi suonano come dis/onori di casa che slegano i cani a protezione di Stefano Gilardino, che resiste agli assist di Luca De Gennaro e snocciola frammenti di coordinate su chi, quando, dove e perché. Punk inglese, USA e italiano scorrono in strappi che portano dritti ai capitoli del libro.

Stefano: “Credo che la caratteristica principale del mio ‘Storia del Punk’ sia essenzialmente una: sin qui nessuno aveva raccolto in maniera organica e spero esaustiva 50 anni di storia del punk senza farne un Bignami o una sorta di Wikipedia del genere. Altri libri – alcuni molto belli – sono scesi molto più nel dettaglio, ma se avessi seguito un approccio del genere invece di 350 pagine ne avrei scritte 4.000. Mi sono prefisso lo scopo di raccontare delle belle storie attraverso una musica che amo da 40 anni. Non solo tramite nomi, dischi e vicende inglesi e/o americane più o meno note ai seguaci, ma rimandando anche a quanto è successo in Italia dal 1977 in avanti, dagli albori delle prime fanzine all’hardcore degli anni ‘Ottanta”.

Avvolti dall’atmosfera inusualmente familiare proiettata dal pubblico da stadio – nella sala non ci sta più uno spillo – e pungolati da Luca De Gennaro, Stefano e Glen si lasciano andare a 360 gradi. Luca mi invita a tradurre per dedicarsi anima e orecchie all’ospite di riguardo. Che a riguardo rilancia guizzi in serie.

Glen Matlock: “Eravamo un gruppo di tipi strani che si aggiravano intorno al negozio di Malcolm e Vivienne. Era la metà degli anni Settanta, io lavoravo al negozio quando si chiamava ancora ‘Sex’. Già dagli inizi dei Pistols avevamo capito che quello era un contesto ideale per l’intelligenza: c’erano Malcolm e Vivienne per l’immagine, Jamie Reid e le sue grafiche, il negozio come base. Noi quattro dovevamo concentrarci sulla musica, scrivere testi che dicessero qualcosa ed essere compatti come sound. Non abbiamo mai lasciato niente al caso: fino a tutti i primi tre singoli io e John abbiamo lavorato tanto ai pezzi, c’era un gran lavoro dietro e questo non è mai stato sottolineato abbastanza. Ovviamente eravamo mossi da quello che sentivamo attorno a livello underground: Malcolm era stato a New York, si era occupato per un breve periodo del management dei New York Dolls e tramite lui conoscemmo nomi come Richard Hell e i suoi Voidoids, che nessuno sapeva chi fosse e che insieme al glam fu una grande influenza”.

Per ribadirlo prende la chitarra (acustica!) lanciandosi in una ‘Blank Generation’ non troppo distante dal nocciolo della questione. L’ha inclusa nel suo ultimo e.p. ‘Sexy Beast’ – quanti tra i presenti lo sanno? – insieme a una una sorprendente ‘Happy’ di Pharrell Williams e a una credibile ‘John, I’m Only Dancing’ (Bowie). Suonerà anche quest’ultima, prima di rileggere quasi alla Woody Guthrie ‘Steppin’ Stone’, ‘Pretty Vacant’ e l’immancabile ‘God Save The Queen’: hey, fu o non fu John Peel a recensire per primo ‘Anarchy In The UK’ parlando di inflessioni di John quasi alla Bob Dylan? E poi, ma non era che se non pesti su chitarra-basso-batteria non sei punk? Mentre mi passano per la testa improbabili risposte, Luca De Gennaro chiama in causa i primi tempi, quando in UK ancora per poco senza Anarchy ci si contava sulle dita di due mani.

Glen Matlock: “Vero, a inizio 1976 siamo quattro gatti, a Londra ci conosciamo tutti e la prima esibizione dei Pistols a Manchester alla Free Trade Hall è considerata lo spartiacque. Ma le circostanze che ci portano lì non sono molto glamour: succede che due tizi di Manchester hanno formato un gruppo da poco, e per suonare lì dal vivo pensano di scendere a Londra e coinvolgere un gruppo più famoso e già avviato di suo. Così vengono in negozio da Malcolm e organizzano tutto con lui. I due ragazzi si chiamano Pete Shelley e Howard Devoto, e il gruppo sono i Buzzcocks. Al concerto viene qualche decina di ragazzi, tutti in gran parte componenti e fautori delle punk bands che a Manchester verranno con la prima ondata ’77. Aneddoto buffo: quel giorno partiamo da Londra in furgone, guido io e sulla cartina vedo che più o meno sulla strada c’è una località che si chiama Matlock, come me. Non l’ho mai sentita nominare e ovviamente devio per vedere com’è. Mi perdo per strada: a Manchester arriviamo con sole tre ore di ritardo”.

Il proscenio è tutto di Glen: Stefano è felice e contento di fare un passo indietro a favore di uno dei pochissimi a potersi fregiare a pieno titolo della medaglia di Punk Prime Mover, quando dal pubblico arriva la domanda più improbabile.

Spettatore: “Volevo chiedere a Glen Matlock se Sid Vicious avesse un modo di dire, una frase, un intercalare quando veniva provocato prima di una rissa”.

Scambio di sguardi perplessi sul palco: Luca-Glen, Glen-Stefano, Stefano-sottoscritto, sottoscritto-Glen. Gli traduco la domanda con un’aggiunta.

Io: “Glen, questo amico pone una domanda strana. Ancora più strano è perché lo chieda a te”.

Glen: “Non saprei. Sid era abituato a iniziare le risse, molto meno a finirle. Quindi – per rispondere alla domanda – credo che il suo modo di dire più ricorrente in quella situazione sia sempre stato Ahia”.

“Chiediamolo a Paul Weller, viste le botte che ha dato a Sid”, aggiungo. Risate.

Poi dalla sala sotto saliamo di sopra. È come nel finale nelle presentazioni che si rispettino: i ‘Never Mind’ (The Bollocks, non Cobain) quasi sempre di terza/quarta generazione da autografare insieme al libro di Glen e a quello di Stefano, i selfie autorizzati dalla storia (i punk vecchi e nuovi) e quelli un po’ meno (Alberto Fortis). Amabilmente impegnato in altrettanto amabile conversazione con Claire (“come sta questa/come sta quello/vive ancora a Londra?/è una vita che non la vedo/hai il suo indirizzo e-mail?/no, lui non ha la pagina Facebook” e altro) non mi accorgo che l’orologio ha già tagliato il traguardo: la libreria chiude, baci e abbracci a tutti e ci trasferiamo fuori sotto il portico. Qui altri incontri, altri abbracci vecchi e nuovi, altri che passano, stanno e vanno. Quando mi chiedono un autografo con dedica sul libro di Stefano mi viene da ridere. “Dài, me la fai questa dedica per favore?”. Certo che te la faccio, a patto che quando esce il mio prossimo libro te lo fai dedicare da Stefano Gilardino.

Dopo il ristorante a Brera, dopo i saluti a Glen e Claire e gli arrivederci a poi, dopo Luca Galliani che viene al tavolo a salutare e dopo la gente che nemmeno si sogna di sapere chi sia Glen Matlock, io e Eletttro camminiamo verso piazza del Duomo in un remake della famosa scena di ‘Wilde’, in direzione opposta a fendere la massa che ci viene incontro. Penso a quello che mi diceva Stefano nel pomeriggio al bar prima che arrivasse Glen: “Glezos, siamo qui perché non è che ci sia stato granchè che abbia preso il posto del punk. La musica cambia, la vita cambia, ma quel modo di guardare alle cose resta eccome”. Mi torna in mente quello che avevo detto a Fidenza 10 anni fa in occasione delle celebrazioni dell’uscita di ‘Never Mind The Bollocks’: se a fine ottobre 1977 qualcuno mi avesse detto che ci saremmo ritrovati a parlarne 30 anni dopo l’avrei preso a calci in culo. Mi giro verso Eletttro.

“Ha ancora senso pensarci?”

“Sempre”

Sì che ne ha, amore mio.

 

P.S. Appuntamento nei prossimi giorni con le interviste separate a Glen Matlock e Stefano Gilardino. Grazie a Glen, Stefano, Giuseppe Verrini, Debora Dolcetto/Indiebox Music, Sara Giudice e Maurizio Vedovati/Hoepli.

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2 commenti

  1. m

    Niente da dire sul lavoro di Gilardino, eh … ma perché “Hotel Cavalieri”, “Libreria Hoepli”, “Ristorante a Brera” e in generale il pendere dalle labbra dell’idoletto di turno mi sembrano dare così ragione a Calvin che proprio ieri mattina posizionava il punk giusto un grado sopra la linitezza, finitudine, quel che l’é, di Irrenzie?
    Gilardino avrà fatto un gran lavoro, e appassionato, ma allora mi tengo le prose insopportabili di Philopat (ma quanto la insopportabilità è, irrimediabilmente, punk!), o le poesie di Balestrini e De Angelis. Il compendione epocale lo lascio al commesso del Ricordi Megastore per sapere perché ci ha quella roba lì sugli scaffali.

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  2. a

    la prosa di philopat è particolare, però “costretti a sanguinare” l’ho letto e riletto, “la banda bellini” mi è piaciuto molto, ho appena letto “i pirati dei navigli” e a parte qualche lungaggine, non mi è dispiaciuto

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