Mezzo secolo di Procol Harum

Raramente capita di assistere ad un concerto degli inventori di un genere, ancora più raramente quando il genere è il proprio preferito. A noi è capitato ieri sera con i Procol Harum e il loro progressive rock decisamente fuori dal tempo, ma proprio per questo non datato. A mezzo secolo dalla loro nascita l’espressione ‘Procol Harum’ è poco più che una convenzione, visto che della formazione originale e di quelle per così dire storiche, quindi fino allo scioglimento del 1977, è rimasto solo Gary Brooker (solo si fa per dire, perché nella storia i Procol Harum sono stati sostanzialmente lui e Keith Reid). Tutto va messo in prospettiva, perché quando nostra madre ci ha detto “Vai a sentire i Procol Harum? Ma non sono all’ospizio?” pur avendo nove anni più del settantaduenne Brooker ci siamo resi conto che la retromania teorizzata da Simon Reynolds e l’eterno presente avevano colpito ancora. Abbiamo infatti iniziato ad ascoltare il gruppo inglese quando non esisteva più, scoprendolo oltretutto grazie a Dik Dik e Camaleonti, anche loro già in modalità revival, quindi senza alcuna appartenenza generazionale: per noi sono sempre stati vecchi. Al Teatro Dal Verme di Milano abbiamo quindi riassaporato la sensazione di essere i giovani della situazione, in mezzo a sessantenni piuttosto ben tenuti e ancora con la voglia di andare ad un concerto (quindi già di un livello superiore al nonno con il cardigan, in coda con il contenitore delle urine e le impegnative) con chiodo e orecchino, ma pur sempre sessantenni. Fra questi spettatori anche un Enrico Ruggeri molto coinvolto, uno che si è abbeverato alle fonti del progressive quando era la musica del momento e che in qualche suo disco (tipo L’Uomo che vola) lo dimostra. Il concerto, quindi, onestissima fusione fra Novum, l’album uscito quest’anno e senz’altro quanto di meglio Brooker abbia scritto dal 1991, anno della rinascita più che della reunion, ad oggi. Il primo senza i testi di Reid, fra l’altro. Da Businessman a Neighbour, da Last Chance Motel alla toccante Sunday Morning, i Procol Harum hanno suonato gran parte del disco, pagando poi tasse fisse come Homburg (L’Ora dell’amore dei Camaleonti, con testo di Daniele Pace) e A Salty Dog, più classici meno nazionalpopolari come Conquistador e Shine on Brightly, chiudendo una versione ortodossa di A Whiter Shade of Pale (la Senza luce dei Dik Dik, con testo di Mogol), che da fan del gruppo non riusciamo davvero più ad ascoltare. Tutti in buona forma, a partire dal leader, ed un pubblico che abbiamo amato anche per un dettaglio che tanto dettaglio non è: rispetto alla media italiana ben pochi i cellulari accesi per registrare o filmare, come è logico per una generazione che ben prima di J-AX e Fedez pensava fosse meglio vivere che condividere.

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Mezzo secolo di Procol Harum, 8.6 out of 10 based on 9 ratings

3 commenti

  1. T

    “rispetto alla media italiana ben pochi i cellulari accesi per registrare o filmare, come è logico per una generazione che ben prima di J-AX e Fedez pensava fosse meglio vivere che condividere.”

    esatamente la stessa cosa ho notato al concerto di Roger Waters tre giorno fa.

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  2. V

    …pensava fosse meglio vivere che condividere.”

    più che altro ascoltare. Mettevi su un disco e lo ascoltavi. E non facevi altro.

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  3. m

    Al di là del supporto, essendo più GGIOVANE quello da me più utilizzato é stato il CD, poteva anche capitare di mettere il CD e fare altro, senza skippare, quello che non comprendo é la necessità compulsiva di condividere il video, fare la diretta FB, e M I N C H I A T E del genere.
    Al concerto non concepisco altro che godermi il concerto.

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