Nanni Svampa prima del silenzio

Sei lì, versato su una sedia pieghevole come un mestolo di polenta. Il cappello a tesa larga calcato in testa mi nasconde ai tuoi occhi, io che vago tra gli stand di Vinilmania, implacabile fiera del cosiddetto disco da collezione nello showdown di Novegro, appena un po’ più in là del cartello che dice che qui finisce Milano. Hai l’aria di uno di quelli che Milano non la farebbe finire mai, né in terra né in cielo, e hai una faccia che mi ricorda qualcuno che riconoscerei sempre. Ti vedo dietro l’ultimo banco a sinistra, mi avvicino, faccio finta di essere interessato ai vinili del tuo stand e mi dico “non è lui, gli somiglia troppo”. E invece.

Georges Brassens

E invece sei proprio Giovanni Svampa detto Nanni, il cantastorie dei Gufi, il cantore di Robespierre Brassens in vernacolo meneghino. Faccia, voce e ancora faccia che mi faceva compagnia da poco più che cucciolo, quando Milano era quella che vedevi in ‘La rimpatriata’, sempre in bianco & nero anche quando in ‘Romanzo popolare’ c’era scritto che era in Technicolor. È la prima volta che ti vedo in carne ed ossa. Continuo a far finta di spulciare tra i vinili sul banco. Sei ospite allo stand di un amico? Li vendi tu? Non ti ci vedo, diceva Giorgio Gaber. Non ti ci vedeva nessuno, quando a fine anni Cinquanta avevi cominciato a sperimentare alchimie tutte tue. E nessuno ci avrebbe scommesso un proverbiale ghello, quando nel 1964 il frutto era stato il primo album dove traducevi il feroce Georges Brassens in dialetto, trasposizione rischiosa che faceva a pugni con le intenzioni dell’altro Brassensologo tricolore. Fabrizio De Andrè ci proverà anche lui: penserà a lungo di pubblicare un album di sue versioni di Roi Georges in italiano, ma timore reverenziale e un po’ di pigrizia gli faranno partorire il topolino di qualche traduzione, rispetto alla montagna Svampiana di quattro album consacrati al Primo Cantautore Del Dopoguerra. Eravamo troppo piccoli per sapere che l’avventura dei Gufi era iniziata solo dopo: sono ancora in molti a credere che i tuoi ‘Svampa canta Brassens’ facciano parte della tua carriera solista post-Gufi.

E sono in pochi a immaginare cosa sia stato il quartetto Svampa-Brivio-Patruno-Magni nel suo heyday: avanguardia noir, teatrino dell’assurdo, provocazione in vernacolo, inventori del cabaret. Quest’ultima medaglia al valore resterà appesa per sempre alla tua maglia nera e bombetta, simboli dei quattro, titolo nobiliare tutt’altro che usurpato. Arrampicarsi sulla fonovaligia nel panorama grigiomarrone della periferia milanese e mettere la puntina sulla vostra ‘Funeral show’ era l’ingresso in un mondo irresistibile per il selvaggio candore di noi cuccioli. “Funeral show / gente tanto vale fare un funeral show / ridere e scherzare in questo funeral show / con le vesti tutte nere / sventolar bandiere in questo funeral show”. Noi piccoli Monsieur Opale piegati in due dalle convulsioni di risa in un “Siamo stati impiccati / per aver assassinato / il 14 di aprile / nostra moglie col fucile / ero cittadino inglese / mentre lei era scozzese / mi contava i soldi in tasca / l’acqua calda nella vasca / il tabacco per la pipa / le partite all’osteria / finchè non ce l’ho più fatta / ed un dì l’ho impallinata”.

Cosa c’entrava il macabre con Milano? C’entrava eccome. Il colto humour nero di Roberto Brivio e lo swing minimale di Lino Patruno si incastravano a meraviglia con la tua chanson populaire. Il contraltare diventa contrappunto: ‘Il gattone deluso’, ‘Socialista che va a Roma’, ‘Io vado in banca’, con ferrea e milanesissima certezza che “La barba a noi non ce la fanno / se ce la fanno la pagheranno / e se un bel dì c’incuntrarem / pistoletaa de la porca malora ce tireremm” (‘El gir del mond’).

Fiumi di aggettivi sono scorsi sul potere di proiezione di Gianni Magni, luminare della presenza scenica al punto di crederci fin troppo anche lui, che un giorno ti aveva detto: “Non siamo più amici, non voglio finire come marito e moglie che al ristorante mangiano in silenzio”. Lì terminava una magia durata solo cinque anni, dai vagiti di ‘Milano canta’ nel 1965 al botto di ‘Non spingete, scappiamo anche noi’ (“Alla pelle teniam come voi / meglio esser vecchi e figli di boia / che far gli eroi per casa Savoia / e Pietro Micca è saltato in aria / per salvare la Fiat di Torino / io invece sono all’Alfa ma non sono cretino /e i salti miei li faccio su un letto insieme a te”). 1969, titoli di coda.

Meglio Gufi che mai

Ti guardo seduto in silenzio qui davanti, e ti rivedo in quello che era successo dopo: la serie di antologie della canzone lombarda, i dischi e gli spettacoli anche in tv con Lino Patruno e Franca Mazzola, con quel cognome che sotto il biscione visconteo mi sembrava del tutto logico, con quella tua faccia che mi faceva sempre pensare al mio idolo Bonimba. Senza gli altri sembravate spenti, tristi, come a dire sì, siamo stati al ristorante e non abbiamo parlato per tutta la sera. Quando Renzo Villa era riuscito a ricomporre il mosaico nel 1981 ad Antenna Tre Lombardia il silenzio era rimbombato per tutta la serie di ‘Meglio Gufi che mai’. L’orologio segnava il fuori tempo massimo nonostante il battage pubblicitario, con quel ‘Pazzesco’ quasi tenero nel tentativo a vuoto di sposare il Capolinea di Sesto con i tifosi che scioperano contro la Fiat e spendono il resto allo stadio. Gianni Magni poi fa il bis del silenzio alla cena e lascia di nuovo. E voi in tre a Sanremo e in tv, ma quando il silenzio a tavola è troppo lungo anche il tintinnio dei coltelli dà fastidio, soprattutto quando li stai affilando.

Mi ricordo un tuo passaggio in una trasmissione in una tv locale lombarda. Eri in una finta osteria, con tovaglia a quadretti, salame tagliato a fette robuste e vino rosso. Chiedevi a un paio di nuovi cantautori milanesi: “Cosa pensate della Milano di oggi?”, e loro a dirti che bah, mi su no, ghe capissi minga trop. E tu sorridevi e facevi fatica a fare il brillante in quella situazione, tu che brillante lo eri stato eccome in tutta una serie di film a cui avevi partecipato, dalla serie tv ‘Il mulino del Po’ a ‘Kamikazen’ di Salvatores. Ma lì sembravi imbarazzato e tutt’altro che a tuo agio: altra cena, altro giro, altro silenzio.

Qualche giorno fa ti ho rivisto ospite al festival della canzone padana, e anche lì avevi tentato un guizzo da Gufo: “È buffo, sono ospite della Lega e mi hanno mandato all’Hotel Italia in via Mazzini”. Guardo e non guardo, ti vedo e non ti vedo mentre ti allunghi sulla sedia come a stirarti, butti la testa indietro e sorridi. Forse pensi al povero Gianni Magni morto d’infarto nel 1992, oppure al tuo eroe Re Georges che ti aveva voluto incontrare. Le tue traduzioni gli erano piaciute, lui che era temuto da tutti e ancora di più da Fabrizio De Andrè: chissà cosa avrebbe detto Jacques Brel di voi due. “Tutti verranno a vedermi impiccato / tranne i ciechi, beninteso”. L’originale di Brassens era folgorante, la tua versione pagava qualche scotto, ma hai sempre avuto l’aria di chi sapeva che ti avremmo ricordato anche per questo.

Quel giorno ti ho guardato e non guardato, e sono andato via dal tuo banco senza dire niente. Ora guardo e non guardo i tuoi dischi comprati da mio padre che sono ancora qui con me, adesso che non vivo più nella mia città e che tutto è l’eco di un tamburo che batte lontano nella testa. Oggi verranno anche i ciechi, e adesso so che avrei voluto ringraziarti per tutte le parole, le canzoni e tutto il resto, e per avermi fatto sentire che oltre la terra e il cielo il mondo finiva a Milano.

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