Dura solo un attimo, la gloria: Dino Zoff e l’illusione del campo

Non passa estate senza che noi si legga uno o più libri in qualche modo collegabili al Mondiale del 1982, anche se la qualità è spesso vicina al livello di guardia ed ovviamente è sempre più difficile trovare una chiave interessante. Ma già il ripasso ci emoziona sempre, del resto non è che ogni domenica mattina vengano aggiunte parti del Vangelo inedite. Con questo spirito ci siamo accostati ad un libro uscito tre anni fa, Dura solo un attimo, la gloria, autobiografia di Dino Zoff (scritta con Marco Mensurati, uno dei migliori giornalisti di Repubblica) prodotta da Mondadori, che non tratta ovviamente soltanto di Spagna 1982 ma anche di tutta una carriera vissuta ad altissimo livello.

Trattandosi di autobiografia, speravamo che non si trattasse della sciocca santificazione (grande campione, grande uomo) che si riserva a figure condivise come Zoff, in particolar modo quando si tratta di morti (genere Facchetti-Scirea-Maldini, per dire) e in questo senso non siamo certo stati delusi. Il calcio che racconta Zoff è uno sport difficile sul campo ma anche fuori, con invidie e rancori che vengono amplificati da risultati spesso casuali. Uno sport in cui emergere è difficilissimo, perché ci provano tutti, e per un portiere ancora di più visto che non si può riciclare in altri ruoli se al suo posto scelgono un altro. Bellissime le righe su Piloni, Alessandrelli e Bodini…

La parte più interessante è quella sulla provincia friulana e italiana degli anni Cinquanta in cui Zoff cresce. Essere figlio di contadini significava appartenere quasi ad un altro pianeta, quanto a comunicazione e soprattutto a valori, per questo Zoff ha un approccio da esterno e da ragazzo normale anche al calcio professionistico dei suoi tempi. Inizi promettenti con l’Udinese, la svolta della carriera e della vita (lì conosce la moglie Anna) a Mantova, un grande amore ricambiato con il Napoli (nessuno lo accuserà mai di tradimento, visto che fu Ferlaino nel 1972 a cederlo), poi 11 anni alla Juventus pieni di vittorie, aperti e chiusi da due finali di Coppa dei Campioni, con ovviamente quella di Atene contro l’Amburgo ad essere ricordata con maggiore dispiacere (pur inferiore a quello del pareggio di Wiltord nel recupero di Italia-Francia). Ma al di là dei fatti sportivi che tutti conoscono, ad essere interessante in questo libro è l’approccio. Zoff non è uno stupido, già da giocatore nota le storture del sistema (le convocazioni ‘politiche’ in Nazionale, i giocatori trattati come pacchi o nella migliore ipotesi come ragazzini, le ingiustizie ad ogni angolo), ma per forma mentale e come autodifesa continua a dare importanza quasi totale a ciò che accade sul campo come se alla fine il lavoro e i meriti venissero sempre premiati.

Da un’autobiografia non pretendiamo che ogni riga venga scritta dall’autore e nemmeno questa lo è (ci sono troppe parti di pseudo-riflessione che riflettono un gusto da giornalista), ma un tono sincero e credibile. Che in questa opera indubbiamente c’è, a partire dagli aspetti più intimi come il senso di colpa per avere quasi escluso i genitori dalla propria vita di adulto (accade a quasi tutti, ma non per questo è una bella cosa). Efficace Zoff quando si scaglia contro la retorica su Scirea fatta da chi non l’ha mai conosciuto e a questo proposito commovente il racconto del dopo Italia-Germania Ovest del 1982: tutti in discoteca o comunque festeggiare, tranne lui e il suo compagno di camera, tutta la notte a fumare sul letto dicendosi pochissime parole e sperando che quei momenti non finissero mai. Il libro è molto bello e fluido nel racconto, ma troppo furbo e provinciale, questa volta in negativo, nei giudizi. Non è possibile che in mezzo secolo di calcio l’unico giocatore da disprezzare sia stato Chiarugi, per quanto professionista della simulazione, o che l’unico allenatore sopravvalutato sia stato Maifredi, che sembra quasi essere diventato allenatore della Juventus (al posto di Zoff) con l’inganno quando invece fu scelto da Agnelli e Montezemolo.

Uno Zoff imbarazzato quando deve parlare di Zeman, amatissimo (dal pubblico della Lazio, non certo da lui) allenatore della Lazio con Zoff presidente, ma imbarazzante quando cita le sue amicizie VIP e le sue frequentazioni all’Aniene, e quando sempre in omaggio al mitico ‘campo’ si spinge ad un elogio di Cragnotti che almeno il senno di poi sconsiglierebbe. Come al solito senza una vera spiegazione le dimissioni da c.t. azzurro dopo gli attacchi subiti da Berlusconi dopo la finale di Euro 2000, un Berlusconi all’epoca nemmeno presidente del consiglio. Come se Ventura di dimettesse per una critica di Grillo dopo Spagna-Italia. E quindi? Sinceramente ci era piaciuto di più Campioni del mondo, il libro-intervista di Roberto De Ponti uscito nel 2006 e dove c’era uno Zoff meno ‘pettinato’, del resto questo voleva essere una sorta di testamento ideologico (lo dice lo stesso Zoff) a beneficio dei nipoti e quindi ci sta che qualche parte sia un po’ pesante.

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1 commento

  1. Mah, nel bene e nel male uno spaccato dell’essere Dino Zoff, almeno così si evince dalla recensione.
    I sani valori contadini da una parte, l’ipocrita opportunismo dall’altro.
    Mi incuriosirebbe leggerlo solo per la parte sulle convocazioni politiche, che descritte da Zoff devono essere uno spasso. Un po’ come le dimissioni da CT, per me spiegabilissime…

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