Vasco Rossi e l’Italia che lo stava aspettando

Su Vasco Rossi e Modena Park sono stati scritti milioni di articoli e post: comunque la si veda, l’impatto di Vasco sulla cultura popolare italiana è stato ed è fortissimo. Ma come ha fatto un outsider di provincia, anche rispetto alla provincia stessa, a diventare l’unica vera rockstar del nostro paese? Merito del suo talento ma anche in parte dell’essere emerso nel momento giusto, sia musicale sia storico. Ricordiamolo, allora, questo momento giusto, proponendo un estratto del nostro ‘Alla ricerca del Vasco perduto‘.

“Passammo tutto il giorno a parlare, anche perché nessuno ci filava. La cosa che più mi rimase impressa è che continuava a ripetere: ‘Io non sono un cantautore, a me interessa il rock’. Quel giorno cantò per la prima volta in pubblico ‘Albachiara’, ma essendo lì per registrare un programma televisivo – c’erano una trentina di cantanti più o meno famosi – la cantò in playback”. Massimo Poggini, nome storico del giornalismo musicale e futuro biografo di Vasco, racconta così sul web il suo primo approccio con Vasco (1) ai tempi della sua militanza a ‘Ciao 2001’, la più famosa e influente rivista musicale dell’epoca. ‘Non Siamo Mica Gli Americani!’ non sta facendo sfracelli ma vende un po’ più del precedente, qualcosa si è comunque messo in moto.

Frutto della fusione delle riviste musicali ‘ Big’ e ‘Ciao Amici’ (riferimento alla leggenda francese ‘Salut Les Copains’, trasmissione radio dagli anni Cinquanta e rivista pubblicata nel periodo 1962-2006), ‘Ciao 2001’ esce nel 1968 come settimanale a indirizzo pop-canzonettaro. La svolta è nel 1970 con l’approdo alla direzione di Saverio Rotondi, che imprime alla testata una svolta rock che guarda anche all’Italia: in copertina si passa dai Morandi ai David Bowie, dalle Mine ai nostrani PFM e Banco Del Mutuo Soccorso. È un successo: non a caso ‘Ciao 2001’ nel periodo 1972-1975 è il principale fagocitatore del fenomeno del progressive rock italiano, che sponsorizza senza riserve e con un tifo quasi calcistico (ad esempio, l’eco data dal giornale ai tentativi dei vari Banco e PFM di sfondare all’estero è spropositata rispetto ai riscontri reali, davvero minimi), ma il livello della rivista è piuttosto alto. Le firme storiche sono tante e tutte di primissimo rilievo nel giornalismo musicale tricolore: da Renato Marengo a Enzo Caffarelli, da Maurizio Baiata a Dario Salvatori, che ricorda: “Lungo tutti gli anni Settanta ’Ciao 2001’ era sì la Bibbia del musicofilo mainstream, ma mi verrebbe da dire a posteriori che il successo del giornale lascia perplessi, se pensi che prima del 1977 un sacco di musica della quale dovevamo occuparci era del tutto insignificante se non spazzatura vera e propria, il prog-rock ad esempio. Senza dubbio uno specchio dei tempi, ma diciamocelo: quante bufale su quelle pagine in quel periodo, per non parlare dei gruppi e dei cantautori finti militanti politici. Mamma mia!”(3). Tra le rubriche fisse è memorabile ‘DiscoTest’, dove si fanno ascoltare una decina di dischi ‘alla cieca’ all’ospite di turno (cantante o membro di una band italiana, da Matia Bazar a Rovescio Della Medaglia fino a Bobby Solo), che deve commentarli e/o riconoscerli, con effetti molto spesso esilaranti. Dopo il 1977, il post punk-new wave permette a ‘Ciao 2001’ di darsi una rinfrescata e di produrre articoli e interviste interessanti, con Massimo Poggini a contribuire in modo rilevante, in un periodo in cui in edicola non ci sono concorrenti: ‘Muzak’ ha già chiuso e le altre riviste come ‘Nuovo Sound’ e ‘Best’ sono marginali. Per il momento lo sono anche novità post-new wave come ‘Rockerilla’ (uscito nel 1978) e derive da audiofili come ‘Stereoplay’, mentre ‘Musica E Dischi’ – organo ufficiale dell’industria discografica tricolore – si rivolge agli operatori del settore: il panorama della stampa musicale italiana di fine anni Settanta è tutto qui. Solo e in uno scenario a sua immagine e somiglianza, ‘Ciao 2001’ si allarga ed escono le riviste consorelle ‘Music’ (1979) e ‘Poster Story’ (1980). Dopo la scomparsa di Saverio Rotondi (1983), la rivista va avanti tra alti e bassi fino alla chiusura nel 1994. Nel 1999 ‘Ciao 2001’ esce per 10 numeri mensili, mentre nel 2000 se ne pubblicano altri cinque con nome e testata leggermente diversi (‘Ci@o’). Sono gli ultimi.

 ‘Albachiara’ sarebbe stata svelata al mondo al Bussoladomani. Ovvero il locale-fratello minore del ben più impegnativo La Bussola, tempio delle notti brave in Versilia nato, cresciuto e coccolato da papà Sergio Bernardini, dagli anni Cinquanta lo Svengali delle notti della pre e post Dolce Vita in licenza sulla costa. Quando va in scena il vernissage della Gioconda? Alcune fonti nominano una serata battezzata Free Show Estate, ma la disputa parrebbe un – finto – derby interno al Bussoladomani, dato che è quasi certo che si sia dato quest’altro nome alla tappa viareggina del tour Primo Concerto (annunciato in altre sedi ancora come “La più grande Equipe di cantautori, sponsorizzata da Sorrisi e Canzoni TV”) con i quasi esordienti Alberto Fortis (col quale i rapporti non saranno dei migliori), Marco Ferradini, Teresa Gatta, Francesco Magni, Mario Dazzo, Vincenzo Spampinato, Lino Ruffo e Vasco Rossi. La squadra è sul palco del Bussoladomani il 9 agosto 1979, ma sta girando come vedremo anche in discoteche come Le Cupole di Manerbio e il mitologico Sayonara di Castel Goffredo (2). La questione non è pane raffermo per biografi maniaci, visto che sull’onda di queste date esce il primo articolo dedicato a Vasco da ‘Ciao 2001’ nella rubrica ‘Cantautori’ a firma M.P., Massimo Poggini appunto. Un pezzo imperdibile, con un Vasco inedito e per la prima volta all’opposto di quello ascoltato nelle interviste precedenti (…) 

(…) Il tono di Massimo Poggini è quello che si può trovare in ogni pagina di ‘Ciao 2001’ nel 1979, quando dedicare spazio a chicchessia non significa parlarne bene per forza, nemmeno se sei un esordiente da spronare. La prassi del “se ne devi parlare, parlane bene” non è ancora pratica fissa in un ambiente dove le firme del giornalismo musicale non corrono sempre e comunque in soccorso degli amici dell’industria del disco, o almeno non lo fanno ogni volta. I discografici di Vasco sono ai margini dell’industria che conta, e si vede: l’articolo è relegato in uno spazio sui cantautori e in quanto battesimo sulla rivista musicale per eccellenza comprende i primi due album di Vasco in un colpo solo. Come a dire: per finire in una rubrica di ‘Ciao 2001’ ci sono voluti due album. L’importanza del settimanale di Saverio Rotondi è resa dall’approccio imparziale di Massimo Poggini, che non manca di dirci cosa gli piace e cosa no dei due LP di Vasco, né di sottolineare i difetti e i (pochi, secondo l’articolo) pregi di “questo Rossi”, che suonano un po’ come gli incoraggiamenti del caso. È un po’ una partita a scacchi con Vasco in un ruolo che compare qui per la prima volta, quello del cantautore improvvisamente convertito al rock. Se da parte sua le omissioni e le semplificazioni rientrano nella norma (il singolo Borgatti e la disco music ignorati, gli inizi discografici e il ruolo di rock dj ricostruiti con beneficio di inventario), Vasco sembra diviso tra due intenzioni: quella di piacere e al tempo stesso di esprimere una personalità diversa, che incuriosisca al primo impatto. A tratti pare mettere un po’ le mani avanti e giustificarsi, ma è comprensibile di fronte agli appunti di un Poggini che si spinge (impensabile, oggi) a questionare l’esperienza degli strumentisti e la supposta assenza di un “valido produttore artistico”(il povero Alan Taylor non lo considera proprio nessuno, a parte Maurizio Solieri). Alla data dell’uscita dell’articolo è arduo pronosticare che proprio Massimo Poggini diventerà solo qualche anno dopo il più accreditato biografo di Vasco. Molti anni dopo il giornalista racconterà sul web un Vasco che gli ripete “Io non sono un cantautore, a me interessa il rock”, probabilmente un riassunto dello scambio ben più articolato nell’intervista, con l’evidente forzatura finale di quel “il cantautore voce-chitarra non mi ha mai affascinato”, buttata lì da Vasco quasi a ridisegnare un personaggio fino a quel momento palesemente influenzato proprio da quel tipo di cantautore. La svolta – se non ancora nella sua musica – è nella comunicazione: solo poco prima al microfono di Luigi Furlotti a Studio Veronica annunciava che sarebbe tornato a Zocca se il “lavoro della musica” non avesse funzionato, ma qui Vasco dichiara di avere “già altri progetti nella testa”. E tra questi è poco probabile che ci sia quello di tornare al suo paese a fare quello che faceva prima.

Anche perché nel frattempo il vento è girato e Vasco sa che il 1979 è un anno interlocutorio. In Inghilterra l’implosione del punk, andato in frantumi un anno prima sulla scia dello scioglimento dei Sex Pistols, produce da un lato revival in serie (mod, ska, rockabilly e qualsiasi altra cosa) e dall’altro una scena di gruppi new wave intenti nel coniugare post punk, decadentismo mitteleuropeo e discoteca: Cure, Depeche Mode, i nuovi Ultravox! e anche le abiezioni new romantic (non solamente Duran Duran e Spandau Ballet, ma anche imbarazzi tipo Classix Nouveaux e Visage). In attesa dell’arrivo di U2 e simili, restano in pista quelli che sono già i dinosauri della primavera ’77 (Clash e Ramones su tutti), più i ritardatari di tutta Europa e degli USA. Nel giro di poco più di un anno il rock sparisce praticamente dalla scena mainstream: a riesumarlo saranno le band della nuova onda dell’heavy metal. Ma sarà tutt’altra storia.

In Italia nell’ultimo biennio si è mosso poco o nulla. Di punk e di nuovo rock neanche l’ombra, a meno che non si vogliano considerare gli sforzi di Incesti e Aedi su una barricata e dei sanremesi Anna Oxa e Decibel sull’altra. In assenza di una scena sotterranea il mainstream italico scopiazza qualche esponente meno truculento della new wave britannica, e allora via con Andrea Liberovici, Faust’O e con la riverniciata in chiave nuova onda di Gino D’Eliso. Gli unici ad accennare a un immaginario rockeggiante sono Eugenio Finardi e Alberto Camerini, ma la milanesità anni Settanta di entrambi si rivela in ampie concessioni al turnismo jazz-rock prevalente sotto la Madonnina. Ivan Cattaneo è ancora tra canzone d’autore e lampi alla Frank Zappa, e il resto sono la coda morente del prog e cantautorato usato ma sicuro (Claudio Lolli) o in ritardo alla Mario De Leo.

In Emilia è diverso, in particolare a Bologna. Oltre al giro delle band dell’Harpo’s Bazar di Oderso Rubini (Skiantos, Gaznevada, Luti Chroma e una buona decina d’altre) e all’agguerrita minoranza di prossimi filoanarchici alla Crass, parecchi in città rincorrono gli ultimi bagliori del punk, soprattutto di quello imparentato con l’underground artistico. Sono molti a trovare legami forti tra la Factory warholiana e nomi come Siouxsie & The Banshees o Throbbing Gristle, e questa è una cosa del tutto naturale nella città del DAMS. C’è un senso di attesa e di tensione soppressa, quasi come a presagire il sorgere di qualcosa di forte, sulla linea di quanto accaduto in Inghilterra e negli USA un paio d’anni prima ma con identità e caratteristiche proprie e ben definite, se non addirittura locali. Se non succede qui non succede tout court, tutto sembra dire. (…)

(…) Il risultato è che non succede granché e per qualcuno è una sorpresa: nel periodo 1977-1979 nessuno dei nomi caldi della new wave emiliana ce la fa. C’è chi sostiene che è il post punk/new wave in sé a non avere le stimmate del successo e questo può essere. In teoria le porte sarebbero se non aperte almeno socchiuse per chi sapesse più semplicemente fondere l’urgenza del momento con un rock radiofonico che non sia solo suono ma anche atteggiamento, se non proprio attitudine. Il tutto puntando ovviamente al mainstream: bisogna anche tenere presente che in Italia il concetto di rock nel 1979 è piuttosto fumoso, vista la classifica dei dischi più venduti. Degli album nella Top 20 nazionale in quell’anno non ce n’è uno che abbia una lontana parentela con qualsivoglia tipo di rock, e il fatto che quasi tutti siano di artisti italiani è una conferma. Gli unici stranieri tra i primi venti sono Rod Stewart, Rockets, Electric Light Orchestra, Julio Iglesias, Supertramp e Bee Gees, tutti nomi che non ispirano schitarrate distorte al chiar di luna. Gli unici nomi d’immaginario alternativo nei primi 50 posti sono Peter Tosh (24° con ‘Mystic Man’), Bob Marley (30° con‘Survival’, 50° con ‘Babylon By Bus’) e Neil Young & Crazy Horse (‘Rust Never Sleeps’, 35°).

Gli incidenti al Vigorelli di Milano per i Led Zeppelin nel 1971 e soprattutto l’assalto a Lou Reed al Palalido milanese nel 1976 (per non citare la saga imbarazzante tardo-hippy degli scontri al Re Nudo Pop Festival al Parco Lambro di Milano nello stesso anno) avevano cancellato per anni il nostro paese dalle tournée delle pop star straniere, ma dopo le prime timide apparizioni di qualche nome eccellente della new wave angloamericana (dagli Stranglers a Iggy Pop) l’Italia torna sulla mappa. Il 1979 da noi è l’anno del reggae: dopo il successo di vendite di Tosh e Marley, di lì a qualche mese (27 giugno 1980) si terrà il mitologico concerto di quest’ultimo davanti ai 100.000 di San Siro, la più grande audience dal vivo della sua carriera. La new wave qualcosa ci mette dentro: ‘Parallel Lines’ dei Blondie è al 41° posto grazie alla marchettona disco di ‘Heart Of Glass’, derisa da tutti i seguaci della nuova scena, mentre al 42° c’è ‘Wave’ di Patti Smith, sulla scia della grande popolarità suggellata dal famoso concerto del 10 settembre di quell’anno allo stadio Dallara a Bologna, guarda caso. Per il resto è sempre tricolore: Baglioni all’8° (‘E Tu Come Stai?’), Venditti al 4° (‘Buona Domenica’) e al 3° gli immarcescibili Pooh con ‘Viva’. Il trionfatore è un bolognese DOC, uno dei preferiti del Vasco dei primi tempi a Punto Radio: Lucio Dalla, che centra un’incredibile doppietta al 1° e 2° posto rispettivamente con ‘Lucio Dalla’ (quello del “Caro amico ti scrivo”) e ‘Banana Republic’, il bombardatissimo live in compagnia dell’ amico Francesco De Gregori.

La Top 20 italiana degli album usciti nel 1979, dal 20° posto al 1°: 20°-‘Blondes Have More Fun’, Rod Stewart / 19°- ‘Plasteroid’, Rockets / 18°- ‘E Io Canto’, Riccardo Cocciante / 17°- ‘Live ‘78’, Mina / 16°- ‘Café’, DD Sound / 15°- ‘Discovery’, Electric Light Orchestra / 14°- ‘Cogli La Prima Mela’, Angelo Branduardi / 13° – ‘Gloria’, Umberto Tozzi / 12°- ‘Fabrizio De André In Concerto’, Fabrizio e Andrè & PFM / 11°- ‘Erozero’, Renato Zero / 10°- ‘L.A. & N.Y.’, Alan Sorrenti / 9°- ‘Soli’, Adriano Celentano / 8°- ‘E Tu Come Stai’, Claudio Baglioni / 7°- Sono Un Pirata, Sono Un Signore’, Julio Iglesias / 6°- ‘Breakfast In America’, Supertramp / 5°- ‘Spirits Having Flown’, Bee Gees / 4°- Buona Domenica’, Antonello Venditti / 3°- ‘Viva’, Pooh / 2°- ‘Banana Republic’, Francesco De Gregori & Lucio Dalla / 1°- ‘Lucio Dalla’, Lucio Dalla.

Per Vasco si annuncia uno scenario ideale. Non tanto sotto il profilo discografico, dato che le chance per i cosiddetti emergenti restano poche, al di là di quello che le etichette – major o minor – sbandierano ai quattro venti. Quasi tutte le case discografiche dell’epoca in superficie lamentano uno stallo allarmante: servono nomi e idee nuove, dicono, ma i primi ad avere paura di darsi da fare sono quelli dell’industria del disco. Ce ne si lava le mani sperando nei nomi in teoria sicuri, e stanziando budget minimi per esordienti che non avranno la possibilità di farsi notare, al di là di qualche passaggio in una tv inflazionata da programmi (da ‘Discoring’ e ‘Piccolo Slam’ a ‘Superclassifica Show’) pieni di cantanti e complessi i cui primi dischi si devono cercare nei negozi con la torcia elettrica.

Nel tragitto dalla discoteca al distorsore, per Vasco un parallelo apparentemente incongruo (e per alcuni anche un po’ sacrilego) può essere quello con Ivan Cattaneo. Nel periodo degli esordi di entrambi all’estero è appena successa una cosa come il punk, che ha aperto una porta che nel 1978-1979 crea ancora una certa corrente d’aria. Qui da noi quell’aria non si riflette nella musica ma nell’atteggiamento di fondo. E il momento favorevole fa sì che il lato più risqué di tutti e due possa venire automaticamente allo scoperto sotto l’egida di qualcos’altro. Né Vasco né Ivan scrivono e registrano pezzi punk-new wave, ma il clima adesso è ideale per permettere al primo di mandare al proscenio un lato rockista rimasto nascosto fino a quel periodo, mentre il secondo fa confluire il suo stile in precedenza artistoide e un po’ intellettualistico in un pastiche futuribile pieno di humour. Nella diversità il percorso è simile, con comune denominatore il periodo favorevole sia per chi ha abbracciato il punk (Cattaneo) che per chi ne resta fuori (Vasco), che adesso possono esprimersi in un modo assolutamente inedito nell’era pre-new wave. È una termica ideale, che fa salire in alto senza sbattere le ali e che concede di sparare fuori anche qualche bel vaffanculo. Al tempo stesso questa prassi accomuna un gran numero di cantanti e gruppi che in quel biennio esordiscono o che sfruttano il momento per darsi una riverniciata in chiave new wave molto edulcorata, da Enrico Ruggeri ai Matia Bazar. Semmai, piuttosto che con la new wave il ricorso al paradosso, al surreale e allo spararla grossa imparenta più con la visione da finto clown di Freak Antoni e i suoi Skiantos, dato che in Italia il cantante satirico conta su una consolidata tradizione, dai tempi di Enzo Jannacci fino alla glorificazione postuma di Rino Gaetano.

Vasco inizialmente sembra più ‘bravo ragazzo’ – anche un po’ timido e ritroso – rispetto a tutti questi nomi, ma nel viaggio tra ‘Jenny’ e ‘Non Siamo Mica Gli Americani!’ incomicia a mollare gli ormeggi dando il via libera alle cose che più si diverte a fare. Come quasi tutti i suoi futuri colleghi, anche Vasco viene dalla cordata di quelli che scrivono canzoni fondamentalmente convenzionali: lamenti d’amore e accordi banalotti che vellicano su e giù l’orecchio delle ragazzotte innamorate, ovvero la cosa che lo annoia di più. Esibire il lato più da battaglia è molto più divertente. E’ l’impulso finale per gente come Vasco, Ivan Cattaneo, Rino Gaetano, Alberto Camerini e qualcun altro-con esiti molto diversi tra loro – nella scelta di buttarsi su questa sponda della loro vena, piuttosto che ripiegare sempre sul deja vu, sul già visto, sul già sentito. In pratica, sull’acquisito e sul sicuro, di cui i fossi e i bidoni della spazzatura sono sempre zeppi. 

CopertinaVasco(Estratto del capitolo ‘Un bel vaffanculo’ del libro Alla ricerca del Vasco Perduto – Creazione di una rockstar italiana, di Glezos. Indiscreto Editore, 320 pagine a 15 euro. La biografia non autorizzata del cantante più amato: dai giorni da dj alla svolta di Albachiara, passando per l’epopea di Punto Radio, gli inizi e la strada verso il successo come chiavi per capire la musica e l’Italia degli anni Settanta, ma anche il Vasco Rossi dagli anni Ottanta ad oggi. In vendita in libreria e sul web: su AmazonIbsMondadori e tutti i principali siti. Il libro è disponibile anche in versione eBook a 6,99 euro, per Kindle di Amazon e per tutti i tipi di eReader attraverso BookRepublic, oltre che per iPad e iPhone andando su iTunes).

 1 – Tra i giornalisti musicali di lungo corso, Massimo Poggini – firma di punta della rivista ‘Max’- è tra i maggiori testimoni del periodo storico a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, con alcuni suoi articoli e interviste che fanno epoca (Sex Pistols, Bob Marley e altri). Tra le biografie a sua firma dedicate ai grandi nomi del pop italiano, quella su Vasco è la più famosa e accreditata (‘Vasco Rossi, Una Vita Spericolata’, Arcana 1985). La citazione iniziale tra virgolette è tratta da un’intervista del website www.vascodentro.com.

2 – Una foto scattata durante la tappa del tour Primo Concerto al Sayonara di Castel Goffredo (locale leggendario nel mantovano nel periodo 1962-2001) ritrae un Vasco dai capelli corti, sudato e dall’aria spiritata a braccia alzate sul palco a fine serata insieme a quelli che a tutta prima sembrano Lino Ruffo, Francesco Magni, Alberto Fortis, Teresa Gatta, Marco Ferradini e Mario Dazzo.

 3 – Dario Salvatori, intervista.

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