House of Cards quinta stagione, la spiegazione di Trump

La programmazione della quinta stagione di House of Cards è finita da un numero sufficiente di giorni per poterne parlare senza essere accusati di spoileraggio. Come tutti i suoi fan sanno e come del resto è logico, a livello di idee si è davvero raschiato il fondo del barile arrivando ad un epilogo scontato e al tempo stesso aperto, cioè Claire Underwood che diventa la prima donna presidente degli Stati Uniti. Ci riesce più o meno nello stesso modo in cui ci era riuscito il marito Frank, cioè grazie alle dimissioni del presidente in carica (che in questo caso era Frank stesso) in seguito a manovre di palazzo e minacce di impeachment.

Ma il cuore della quinta stagione di questa serie non è tanto la trama, partita per la tangente con l’omicidio come soluzione di tutte le situazioni intricate (di culto quello di Tom Yates, autore e amante di Claire), quanto il suo rapporto con l’ascesa di Trump che ha oggettivamente messo in difficoltà tutte le mille fiction basate sulla Casa Bianca. La scelta degli sceneggiatori di House of Cards è stata radicale: in un mondo che vede l’ascesa di outsider e populisti (o almeno definiti tali dai media tradizionali), la politica americana rappresentata è tuttora totalmente in mano a professionisti della politica. Se nelle stagioni precedenti gli Underwood spiccavano per cinismo e assenza di una vera ideologia, in questa qualunque loro alleato o rivale li supera e li fa apparire in certi momenti quasi romantici (bella la doppia scena in cui toccano la bandiera). Su tutti il sottosegretario Jane Davis, maneggiona con buone entrature internazionali, e Mark Usher, stratega della campagna repubblicana per Will Conway e poi passato con i democratici Underwood.

In più episodi si spinge sul pedale del grottesco e dell’ironia, soprattutto in occasione delle elezioni condizionate e poi bloccate da una minaccia terroristica creata ad arte dagli Underwood, ma in punta di diritto tutto sta in piedi: soprattutto lo scenario di un presidente scelto dalla Camera dei rappresentanti, in mancanza dei 270 voti di grandi elettori necessari. Tutt’altro che fantapolitica, nel mondo di oggi: basti pensare a un Trump che avesse corso da indipendente invece che con i repubblicani o magari in futuro a un Bloomberg, per non dire uno Zuckerberg. Ci colpisce sempre, nelle fiction statunitensi, la buona immagine che hanno i giornalisti: lì ancora fanno inchieste, almeno nelle fiction, ma soprattutto sono qualcosa di diverso dagli uffici stampa.

In generale una serie che ha cambiato pelle, lanciando suggestioni quasi grilline (il ritrovo dei potenti del mondo incappucciati può rendere l’idea) e scherzando su se stessa (tipo con il segretario di Stato fatto rotolare dalle scale prima di testimoniare), ma che coglie nel segno: il perché di tante carriere e di tante dimissioni rimane inspiegabile, così come certe ossessioni bipartisan tipo il Medio Oriente. In questo quadro gli interventi militari sono un puro strumento di consenso, e ci voleva un elefante nella cristalleria come Trump per dire che gli americani non possono morire per la sicurezza degli altri. È probabile che dopo questa parentesi la Casa Bianca torni a professionisti della politica, non meno indegni di quelli rappresentati da House of Cards. Probabile che Netflix produca anche la sesta stagione, con i due attori protagonisti a rivaleggiare in bravura: per noi la freddissima Robin Wright supera il più gigione Kevin Spacey, ma sono sfumature. A quattro anni e mezzo dalla prima stagione tutto rimane più che guardabile.

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House of Cards quinta stagione, la spiegazione di Trump, 6.9 out of 10 based on 7 ratings

9 commenti

  1. A

    ho letto critiche feroci, ma anche io alla fine ho promosso la quinta stagione con la piena sufficienza.

    bravi secondo me – a differenza di dexter e delle sue tessere narrative ad un certo punto del tutto impazzite – a rendere volutamente inverosimile la trama (sei di intralcio? e io ti uccido), con un approccio che, se sapessi bene cosa vuol dire, definirei da rappresentazione teatrale.

    bello anche il parallelo, ovviamente del tutto inconsapevole, con l’iperattualità di homeland, col rischio nello spettatore disattento (io) di non capire perché la dunbar dall’altra parte è addirittura diventata presidente.

    come attori claire davvero immensa, più mestierante frank. ma io rimango sempre commosso di fronte all’abnegazione di doug stemper…

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  2. Confesso, da fedele anche di Homeland ma con il livello di comprensione di Budrieri, che sulle prime ho confuso Keane-Dunbar… non siamo ancora però in zona RAI, dove Anna Valle e Beppe Fiorello hanno interpretato praticamente tutto… e comunque Doug Stamper uno di noi, il senso del dovere per il dovere in sé stesso.

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  3. b

    Caro direttore, solitamente mi ritrovo nei suoi giudizi sulle serie, ma stavolta no, io non ci sto!
    Pessima nelle premesse, nell’inizio, nello svolgimento, nell’epilogo: una stagione tutta troppo.
    Troppe storie iniziate, svolte male o non svolte (l’indagine di Hammerschmidt!), troppo poggiata la Storia sulle solide spalle dei protagonisti (quelle di Claire mentre uccide Yates sono un inno alla milfitudine).
    Degno di nota il tentativo di prendersi un pò in giro, ma alla fine la serie è diventata una macchietta. L’impressione è che i due debbano prima o poi ammazzarsi, e magari succederà nella prossima stagione, ma sarebbe stato meglio in questa.

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  4. Purtroppo alla quinta stagione nemmeno Shakespeare riuscirebbe a mantenere la stessa creatività, ma nella politica di mandare tutto in vacca consapevolmente c’è comunque mestiere ed alla fine, almeno su di me, ha funzionato l’effetto ‘Adesso vediamo cosa si inventano’. Certo alla sesta occorrerà il doping, tipo un figlio segreto di Claire e Frank…

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  5. E

    Per me la serie ha saltato lo squalo subito dopo la morte di Zoe Barnes all’inizio della seconda stagione. Da quel momento in poi sono andati con il pilota automatico secondo schemi e tropi narrativi non dico scontati ma certo più prevedibili. Comunque concordo con il Direttore sulla più che “guardabilità”, in questo simile alle ultime due stagioni di Homeland.

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  6. A

    Io non sono riuscito ad andare oltre le prime 3 stagioni.
    Un cast ottimo, ma la storia si avvita troppo su se stessa e non si può sempre reggere sulla bravura di Spacey e Wright.
    Homeland ad esempio alla terza stagione ha iniziato a perdere colpi, ma proiettando i personaggi in contesti molto diversi come il Pakistan e la Germania ha recuperato alla grande introducendo nuovi personaggi e dinamiche totalmente nuove.
    Incredibile per certi versi la capacità di anticipare la fredda cronaca, soprattutto nella stagione ambientata a Berlino.
    Intanto è ripartito il Trono, ma più di tutte aspetto Mr Robot.

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  7. T

    ti riferisci alla terza stagione di mr. robot? perchè la seconda l’ho presa ma devo ancora vederla. merita come la prima?

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  8. A

    Si, viste entrambe.
    Nella seconda stagione manca il grande colpo di scena finale e il disegno rivoluzionario, ma ci sono gli effetti del caos informatico, nuovi personaggi e diversi piani di narrazione: meno Elliot centrica, ma ugualmente godibile.
    Spero solo che non la tirino troppo per le lunghe e che provino a chiudere tutto in un paio di stagioni.

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  9. T

    bene, allora finisco il binge rewatching di breaking bad e mi butto su mr robot

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