Un mondo raro, il mondo di Chavela Vargas

Il mondo del mainstream moderno probabilmente ignora chi sia Chavela Vargas, a meno che non abbia visto qualche film di Pedro Almodovar dove il regista spagnolo la omaggiava inserendovi alcune sue canzoni. Costaricana di nascita, ma messicana di adozione, considerata una leggenda della musica tradizionale ‘ranchera’, nonché un simbolo dell’anticonformismo e del romanticismo, a lei hanno di recente dedicato un progetto musicale e letterario i cantautori palermitani Antonio Di Martino e Fabrizio Cammarata. In particolare il disco, intitolato Un mondo raro e portato in tour con le prossime date il 19 aprile a Roma (Teatro Quirinetta), il 22 a Firenze (Sala Vanni), il 23 a Napoli (Teatro Piccolo Bellini) e il 9 maggio a Terni (Anteprima Encuentro), si presenta come una rivisitazione in italiano di alcuni dei brani più celebri della Vargas, un ascolto (lo anticipiamo) certamente atipico per chi ha le orecchie allenate al pop o al rock, e a tutto ciò che circola in radio.

“Tutto nasce da un viaggio e da un’amicizia, forse i due ingredienti migliori e puri da cui far nascere qualcosa di bello. – ci spiega Cammarata – Io sono ossessionato dalla canzone La Llorona da molti anni, così come dal Messico e da Chavela. Proprio sulla Llorona stavo facendo una sorta di road movie insieme a un amico regista, mi apprestavo a tornare in Messico per girare del materiale, quando Antonio si è unito a noi. Una volta lì, la voce di Chavela sembrava ricorrere ovunque fossimo, come se ci stesse chiamando… E un pomeriggio, mentre eravamo in un bus sgangherato da qualche parte fra Veracruz e Oaxaca, ad Antonio è venuta l’idea: “Perché non prendiamo queste canzoni e le traduciamo in italiano?””.

Un progetto in cui sono stati coinvolti i due chitarristi che già accompagnavano la Vargas (scomparsa nel 2012 a 93 anni), Juan Carlos Allende e Miguel Peña, per proporre musica di stampo folk, cullante senza effetti speciali, dove l’emozione è particolare in suoni e parole. Mantengono intatti i temi cari all’autrice, struggenti in Non tornerò e Croce di addio, più sensuali in Verde luna, o di fuga per amore in Andiamo via. “Le canzoni nella loro natura sono semplici, dirette e hanno un lessico povero. Qui sta la loro potenza. Noi abbiamo solo dovuto accompagnarle, il più dolcemente possibile, in un’altra lingua. I messaggi sono universali, si parla sempre d’amore, di vita, di morte, di perdita, e di rinascita, e non si tratta mai di scene dal contesto definito. Non si tratta mai di fotografie a dei posti, semmai di fotografie agli angoli più reconditi dell’anima, quelli che si comportano alla stessa maniera, sia negli eschimesi che nei maori. Ci siamo presi delle libertà, ma ci sentivamo in un tale “stato di grazia” che anche lì il percorso era, direi, facile. Io continuo a pensare che da qualche parte ci fosse una signora con un enorme poncho rosso che ci guardava e sorrideva. E che ci rendeva le cose semplici”, prosegue Cammarata.

Ecco, proprio Le cose semplici, episodio che riassume appieno la poetica di questo lavoro dedicato a un’artista che anche se ha scritto anche delle canzoni vede il suo vero valore – secondo il musicista italiano – proprio nel ruolo di interprete: “È riuscita con il solo potere della sua voce a tirar fuori da canzoni che sembravano ‘normali’ e ‘festaiole’ una profondità che si vede solo in Edith Piaf, Billie Holiday e Nina Simone. Lavorando al progetto abbiamo conosciuto molte persone che a lei erano state molto vicine, soprattutto negli ultimi anni di vita. Quasi per caso, direi… In fondo noi volevamo solo fare un disco. Invece abbiamo cominciato a portarci a casa tante di quelle storie che ci siamo sentiti in dovere di cristallizzare anche quelle, oltre alle canzoni. E così è nato il romanzo”.

Dal punto di vista musicale, Un mondo raro mantiene intatta l’atmosfera originale dei brani della Vargas seppure arricchendola, almeno questa è la nostra sensazione, di ulteriori suoni e personalizzazione. E nonostante il coinvolgimento dei due chitarristi già collaboratori della Vargas che avrebbero potuto influenzare determinate scelte: “Con loro tutto è nato da un nostro amico siciliano che vive da anni a Città del Messico, Giovanni Buzzurro, che suona nella band di Lila Downs. Lui ci ha aperto le porte del mondo musicale messicano contemporaneo, e con un paio di connessioni siamo riusciti a invitare questi due meravigliosi vecchietti a partecipare al disco. Per me è stata una continua commozione, ogni volta che loro cominciavano a suonare qualcuno di quei brani io ricordavo quegli anni in cui tutte le notti per conciliare il sonno ascoltavo proprio loro fare quelle stesse parti. Però seguendo Chavela! Quello che ci hanno insegnato nei giorni in cui abbiamo lavorato insieme non ha prezzo. Le prime volte tentavamo di seguirli, sia ritmicamente che armonicamente, allora loro si fermavano e ci interrompevano, cercando di farci capire che erano loro che dovevano appoggiarsi sulle nostre voci, e non viceversa. Abbiamo dovuto cambiare punto di riferimento ed entrare in un mondo in cui la voce comanda tutto. D’altronde è quello che ha reso Chavela unica e immortale”, conclude Cammarata.

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