Vinile, il lato giusto della musica

A volte ritornano. Stiamo parlando dei dischi in vinile, che secondo i dati rilasciati dalla britannica Entertainment Retailers Association nel 2016 hanno registrato solo nel Regno Unito un aumento delle vendite del 56,4% per un giro d’affari totale di 65,6 milioni di sterline, 3 milioni di unità vendute con in testa Blackstar di David Bowie. Un dato che riporta indietro la lancetta del mercato al 1991, quando il Compact Disc era ormai il supporto affermato mentre il vinile era sul viale del tramonto in attesa che la rivoluzione del file sharing in formato Mp3 e poi dello streaming non cambiasse decisamente lo scenario discografico. Ecco che proprio lo streaming ha registrato secondo i dati dell’ERA un giro d’affari di 418,5 milioni di sterline (+65,1%), andando probabilmente a intaccare anche il download legale (in diminuzione del 26,8%).

Certamente le tre milioni di copie dei vinili un tempo se le pappavano tranquillamente i tre album più venduti in Italia: oggi un disco d’oro vale 25.000 copie, quando 30 anni fa bisognava venderne almeno dieci volte tanto per aggiudicarselo. Eppure se il CD secondo l’ERA registra un calo di vendite attorno al 13% (tenendo però bene nelle feste natalizie), contro il 3,7% del 2015, il vinile continua la sua rincorsa dal passato al presente con un settore che sta immettendo da qualche anno sia ristampe di catalogo sia nuove uscite, magari in formato particolare, che alimentano l’attenzione sia di ragazzi della nostra generazione, affezionati alle copertine da tenere in mano, al supporto contenuto e al suo suono così concreto, sia di ragazzi della nuova generazione che vogliono ascoltare e non solo udire.

Qualcosa che non poteva appunto che ritornare con il vinile, seppure per ora in numeri comunque piccoli ma interessanti in un mercato lontano dall’epoca d’oro della musica fisica, proprio per quel gusto artistico e di dedizione che il grande supporto permette di assegnare ai singoli brani, scacciando il salto di traccia introdotto dal CD e poi reso quasi inevitabile dalla musica liquida. Non pensiamo di passare per nostalgici se diciamo che chiunque abbia vissuto gli anni Settanta e Ottanta si ricorda perfettamente in che occasione e dove ha acquistato i suoi vinili più importanti, e di come gustava l’apertura del cellophane, l’estrazione della busta e del disco ivi contenuto, e della immissione sul piatto per poi fare attenzione al posizionamento della puntina. Un rito che introduceva la concentrazione di un ascolto totale, immersivo e ripetuto, rigirando la copertina e leggendo i testi, di album anche brevi ma privi di riempitivi (lo abbiamo già detto altre volte, per noi il top sono le 8 tracce, lato A e lato B). Con un costo giusto e inevitabile che ci permetteva di comprare in modo selezionato, e di goderne appieno fino alla consumazione dei rispettivi solchi.

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13 commenti

  1. Non ho mai spesso di acquistare vinili, vecchi e nuovi, anche se il ritmo non è più ovviamente quello sei Settanta-Ottanta. Senza inerpicarsi in discussioni sterili da audiofili, quali non siamo, la superiorità del vinile risiede nell’atteggiamento che hai citato tu: la fisicità del disco e le operazioni manuali necessarie al suo ascolto ti inducono già di loro a dare importanza e attenzione alla musica, evitando un approccio bulimico che alla fine non lascia niente. Fisicità che in parte c’è anche nel CD, con differenze evidenti. Senza essere passatista (sono abbonato a Deezer, quasi sempre collegato e aggiornato per lo meno sul mainstream), il vinile è qualcosa che mi commuove ancora oggi.

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  2. G

    Purtroppo mai avuto vinili, visto che sono cresciuto nell’era deiCD ed i mei genitori purtroppo non erano dei gran consumatori di musica (giusto il minimo sindacale per alimentare l’autoradio, in gran aprte cassette di Fausto Papetti e dei Festivalbar di fine anni ’70 primissimi anni ’80, anche se frugando fra il poracassette di mio apap’ una volta trovai anche la cassetta di Catch a Fire con Bob Marley in copertina che si fuma un cannone di dimensioni notevoli). Ma appena potro’ mi prendo giradischi e comincio a comprarmi i vinili, un po’ per il loro suono, un po’ perche sono belli da tenere in mano, un po’ perche’come arredamento per me e’ piu’ bello avere una bella fila di vinili (e libri) piuttosto che qualche soprammobile finto-etnico comprato in qualche mercatino…

    In ogni caso, il mercato negli ultimi 15 anni si e’ totalemente trasformato. Appena arrivato a Londra ero praticamente di casa al Tower Record in Piccadilly, che ora e’ solo un ricordo. Gli unici negozi del settore rimasti sono gli specialistici, tipo Rough Trade e in gran parte vendono vinili. In pratica chi ascolta musica o scarica/fa streaming o si compra vinile, i supprrti ‘intermedi’ tipo il CD, sono praticamente spariti, anche se qua e e la spuntano persino le cassette, che pero’ sembrano piu’ una roba per hipsters nostalgici.

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  3. G

    “Un rito che introduceva la concentrazione di un ascolto totale, immersivo e ripetuto, rigirando la copertina e leggendo i testi, di album anche brevi ma privi di riempitivi (lo abbiamo già detto altre volte, per noi il top sono le 8 tracce, lato A e lato B). Con un costo giusto e inevitabile che ci permetteva di comprare in modo selezionato, e di goderne appieno fino alla consumazione dei rispettivi solchi.”

    Ecco, sarebbe interessante fare un discorso anche sul come le modalita’ di accesso alla musica al giorno d’oggi influenzino la capacita’ di ascolto delle nuove generazioni, la qualita’della proposta musicale, e un po’ tutta l’industria musicale in generale.

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  4. A

    Certamente la musica liquida ha abbassato il livello di attenzione ed ascolto, che è diventato più superficiale. Anche il concetto di ‘album’ è cambiato radicalmente, considerato che oggi si va molto di più sui one shot che sull’opera completa soprattutto quando si parla di ragazzini come target. Relativamente alla memoria dei vinili, ricordo di aver acquistato Nick of time di Bonnie Raitt da Disco Club (metrò Cordusio, chiuso da una decina di anni), Il fiume di Garbo da Discolandia (Corso Vercelli a Milano, anche lui da tanto tempo non c’è più), Blue’s di Zucchero da Bonaparte Dischi (Via Marghera, oggi c’è una gelateria), La naturale incertezza del vivere di Nino Buonocore da BIGI (Corso Magenta, anche lui chiuso), Alf di Alison Moyet da Buscemi (Corso Magenta, sopravvissuto…).

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  5. a

    buscemi sopravvissuto ma ridimensionato e posizionato ora dietro l’angolo, molto meno visibile

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  6. E

    Avendo cominciato a comprare vinili negli anni ’70 (non conto gli acquisti della puerizia e quindi parto dal primo acquisto consapevole: il doppio live Moonflower dei Santana, 1977) e avendo smesso nel 1991 (Nevermind), mi ritrovo con una bella collezione di circa 300 vinili che spaziano da Van Morrison ai Clash, da Bob Dylan a Elvis Costello, dai R.E.M. ai Pink Floyd. Lo ha già scritto il DIrettore: la fisicità del vinile (e ancor più delle copertine) dava valore all’oggetto e alle emozioni collegate all’ascolto ripetuto e attento. La trasformazione più radicale è però proprio la quasi totale cancellazione del concetto di “album” nelle nuove generazioni. Gli album, non solo i concept, raccontavano una storia, un’idea di musica, erano una forma di espressione artistica e culturale (anche quelli dei Duran Duran, intendiamoci, mica solo quelli di Guccini e De André…), insomma richiedevano un certo livello di impegno di comprensione del senso. Impossibile anche solo tentare di spiegare queste cose agli adolescenti di oggi.

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  7. G

    E diciamo anche che con i vinili si vedevano i veri djs (quelli da club, non quelli da radio). Che oggi con tutti quei softwerini potrei fare il dj pure io….

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  8. M

    Oggi la moda è la supergnocca messa li a muovere le mani a cacchio
    che di musica e di come si fa il dj non capisce una mazzafionda

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  9. A

    La figura del DJ radiofonico che metteva su i vinili, scegliendoli in modo indipendente, è finita ormai da decenni. Oggi le playlist sono computerizzate, e costruite secondo una logica estremamente commerciale. Passando a quello da club, chiaro che il digitale ha semplificato di molto un lavoro che ha nella creatività (e abilità) la sua essenza. Mi mettono tristezza le console moderne dove si simulano i movimenti su vinile…

    In definitiva si sta andando verso un mercato dove i due estremi (streaming/digitale e vinile) finiranno per fronteggiarsi proponendo due modalità di ascolto decisamente opposti.

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  10. Ma questo discorso non l’abbiamo già fatto almeno 10 volte?! La prossima estate sarà la piu calda del secolo, mangiare frutta e verdura e bere tanta acqua!
    Da adepto del vinile e dell’analogico ok con quanto detto fin’ora sul feticismo della copertina etc, non vorrei però che si mitizzasse troppo il vinile. Dal punto di vista tecnico perchè oggi il digitale ha raggiunto livelli accettabili (non in mp3, ovvio) che compensano ad esempio il fastidioso fruscio del pur qualitativamente superiore vinile. E dal punto di vista contemplativo perche sta storia della bulimia della musica liquida e della maggior possibilita di ascolto del vinile sta diventando stucchevolmente retorica.
    È un discorso che può valere per un disco jazz, o magari un live, altrimenti se restiamo alla music piu commerciale personalmente mi son sempre rotto i maroni a dovermi alzare a spostare la puntina per saltare le tracce più brutte o noiose. Perchè parliamoci chiaro, è da quando la musica leggera è diventata un’industria dedita a logiche prevalentemente commerciali che il 60% almeno di un LP è composto di riempitivi dimenticabili (basta conteollare quanti di essi venivano selezionati per i live…). Fatico a mettere in fila 10 album di cui la totalità o almeno il 90% delle tracce meritassero…..Uprising di Bob Marley, From the Cradle di Eric Clapton, toh…
    E questo parlando di musica internazionale perché, visto che qua dentro per musica si intende generalmente la musica italiana, in quel caso la percentuale di riempitivi viaggia tra il 70 e il 90%: una canzone copertina, una ascoltabile, una passabile e il resto merda pura.
    Quindi tappeto rosso al vinile ma non esageriamo col mitizzare il passato….

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  11. m

    Ringrazio Dane per il suo intervento.
    In generale ringrazio tutti gli interventi che tendano a demitizzare le mitologie che ci si creano con l’eclissi delle religioni, soprattutto se poi si scivola sul piano inclinato del: «Ah, signora mia! I giovani d’oggi … che tempi! Che fine faremo!».
    I giovani d’oggi avranno la loro maniera di usufruire della musica: perderanno qualche piacere fisico (al di là del ritorno del vinile come nicchia di mercato) e guadagneranno qualcos’altro. Anzitutto, per esempio, la questione dei riempitivi di cui parla Dane.
    Non sono completamente d’accordo con le sue percentuali, dato che l’eplosione dell’LP a un certo punto del XX secolo (a discapito del singolo da juke box) aveva anche il suo perché, nell’ordine del rapporto che si creava con un artista o con una band. Ma secondo me si tratta di precisare che un conto è la musica che lui definisce “più commerciale”, un conto è la musica che la colta tribù di Indiscreto dimostra di apprezzare. Lui, per restare alla musica più commerciale, si è sempre rotto di alzarsi a spostare la puntina … io la musica più commerciale non l’ho mai acquistata (lui probabilmente a certe cose ci è costretto per lavoro, io no).
    Voglio dire: Alvaro Delmo piange la chiusura di certi negozi o la perdita della figura del DJ che metteva su i vinili, ma non è vero! Ho una collezione di vinile più o meno paragonabile a quella di Eleonora come quantità, un po’ più “sotterranea” come qualità, ma si è costituita per lo più tra il 1991 e il 2005 (i primi 15 anni di stipendio vero); i negozietti che vendono vinili ci sono sempre stati a Milano, per tutto quell’arco di tempo. E ci sono ancora oggi; magari qualcuno chiudeva, ma altri aprivano; probabilmente non ci trovavi subito Bonnie Raitt (mi ricordo una scena spassosissima un pomeriggio da “Psycho” con una signora attempata che chiedeva al povero Steno «l’ultimo disco della Ivana Spagna … perché è brava, vero?» e lui che non sapeva se scoppiare a ridere o essere gentile). A un certo punto, verso i 40 anni, ho smesso, più che altro per questioni di tempo e di “collezione completa”. Ma continuo a sentire radio dove il/la DJ mette la musica che ha selezionato lui/lei secondo il suo gusto. Certo, non si porta più la borsa dei vinili, scarica direttamente da internet lì sul posto. A Milano ce ne sono almeno tre, ma tu, Alvaro, dove vivi? Che cavolo di radio ascolti? Guarda che a Milano c’è di tutto, basta sceglierselo.
    Soprattutto, non vorrei che ci mettessimo nella posizione di chi, all’apparire dei primi supporti fonografici, scuoteva la testa perché così si perdeva il piacere fisico dell’andare alla sala da concerto solo quando il concerto era in programma e pagando il giusto. Come si può notare, da quell’epoca il mondo è andato avanti ugualmente e la musica ha continuato ugualmente a trovare la maniera per girare intorno.

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  12. E

    Nessuno dice (e comunque io certo non lo dico) che il concetto di “ascoltare musica” sia morto. A parte il fatto che, per chi vuole e per chi se lo può permettere, esistono sul mercato strumenti di qualità eccellente che valorizzano l’ascolto dei vecchi e dei nuovi vinili, non sono così imbecille da non apprezzare la possibilità, per fare un solo esempio, di mettere su una chiavetta usb in auto decine di ore di musica. Il mondo va avanti, andrà avanti anche senza di noi e ci mancherebbe pure che non lo facesse. Esclusa quindi la categoria del rimpianto, resta da considerare, senza per forza essere passatisti, il cambio di atteggiamento dei giovani di oggi verso la qualità dell’ascolto della musica, che è molto diverso da quello che aveva la mia generazione. Generazione, inoltre, che non era fanatica dell’alta fedeltà (ascoltavo certe audiocassette che facevano rabbrividire) ma che era abituata ad un formato, quello dell’album, ora quasi del tutto estraneo ai giovani. E certo che i riempitivi c’erano anche sui vinili (non come nei CD, ma c’erano), e questo faceva la differenza tra un album e un altro.

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  13. m

    Eleonora, ma infatti …

    Secondo me diciamo la stessa cosa; e non ho alluso a TE come passatista (meglio, rimpiangista).
    Se è per quello, io lo sono più di te: passata la mezza età, non mi affascina più per niente la possibilità di avere decine di ore di musica su una chiavetta. A parte il fatto che sulla mia vecchia R4 senza impianto audio ci passerò sì e no 20 ore all’anno, e quando guido da solo in autostrada canto per conto mio (popolari, cantautori italiani e USA memorizzati in gioventù). Non trovo alcuna ricchezza nell’avere una tale disponibilità; tanto, più di una per volta non le puoi ascoltare, e una volta ascoltata una cassetta, c’è bisogno anche di un tempo di silenzio, di andare a fare altro.
    E passo il tempo anche con adolescenti che condividono, a me pare con superficialità, file dei rapper di quartiere (quando va bene) dentro la nebulosa di battute, messaggi, iconcine, video spiritosi in cui tengono la testa; e io li osservo senza (voler) avere lo strumento tecnico per fare la stessa cosa: mi tengo i miei vinili, che sono 300, giovani e forti, ma che riesco ad ASCOLTARE non più di un paio di volte al mese (non tutti e 300, eh? Sto proprio parlando di 2/3 ore al mese dedicate a mettere il disco sul piatto e star lì ad ascoltare senza fare altro).
    Quel che volevo dire è: l’atteggiamento dei giovani verso la qualità dell’ascolto della musica è indubbiamente diverso da quello della nostra generazione. E allora? Anche l’atteggiamento di ascolto della nostra generazione, col giradischi in casa, era diverso da quello delle generazioni precedenti (semplificando: signori che si potevano permettere l’orchestra da camera e proletariato che cantava insieme, all’osteria, al lavoro, in stalla alla sera o in chiesa alle novene). E dunque?
    E’ diverso, non è il mio modo, ma eviterei di dire che il nostro modo era migliore o peggiore.

    Inoltre penso come te che la differenza tra un album e l’altro si misurava (anche) dalla percentuale dei riempitivi. Semplicemente non sono d’accordo con le percentuali così risicate di Dane: ci sono più di 2 album nella storia del rock (quindi non jazz) in cui ha senso l’ascolto di tutta la sequenza delle canzoni, anche se qualcuna è più debole.

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