La deflazione e gli italiani degli anni Cinquanta

Qui al bar dell’economia si è ieri discusso molto di deflazione, certificata dall’ISTAT per il 2016 italiano: un meno 0,1% che è stato subito collegato al precedente segno meno, datato 1959 (meno 0,4%, per l’esattezza). Il nostro amico Paolo-Wang, un master alla Paolo Sarpi University (con tesi dal titolo ‘Pagare e incassare in nero, vivere in bianco’), sostiene che l’allarmismo sia ingiustificato e che l’Italia del decennio successivo al 1959, quella del boom, lo dimostri. Nel suo mondo di cuspidi, candele e inversioni la tesi può anche stare in piedi, in teoria.

L’amico pessimista Michael, di professione stalker, dice invece che tutti gli altri indicatori economici del 1959 erano strutturalmente diversi, a partire dalla crescita del PIL (quasi il 7%, roba da Cina di oggi, mentre l’Italia di Renzi ha segnato un più 0,9) in termini reali. Noi Zelig, che diamo ragione sempre all’ultimo che sentiamo, tendiamo più verso Michael: di per sé una stagnazione o diminuzione del livello generale dei prezzi non sarebbe una sciagura, se questa diminuzione fosse determinata da un aumento monstre della produttività (come fu nei nostri Cinquanta) e quindi con prezzi abbattuti dall’aumento dell’offerta. Il meno 0,1 attuale è invece figlio di altri fattori, tutti negativi: sfiducia, precarietà, disoccupazione, soprattutto rinvio di decisioni di acquisto.

Un direttore di filiale della SuperMegaBanca, zona Milano Sud, ha avuto dai vertici l’ordine di concedere mutui in maniera indiscriminata anche a gente priva delle garanzie reddituali e patrimoniali più modeste. E come lui tanti altri dirigenti bancari operativi sono stritolati dall’esigenza di ‘fare la banca’ con i tassi così bassi, al di là del proporre alla clientela mille cambiamenti per lucrare sulle commissioni. Stesso discorso per le aziende, non necessariamente le geniali start-up da bimbiminkia: chi ha voglia di fare oggi trova in banca più ricettività (non tanta, ma di più sì) rispetto anche soltanto a cinque anni fa. Prima di rifugiarsi nel passato, cosa che senz’altro si può fare (Arezzo ci dava economisti come Fanfani, oggi come papà Boschi), bisogna anche scrivere che mancano italiani con spirito di iniziativa e di adattamento. Nella media, ovviamente, non ci riferiamo all’amico del cugggino del cognato che dopo aver fatto il cameriere a Londra ha insegnato al MIT e adesso produce droni. Le banche, cattive per definizione ma anche necessarie per il funzionamento dell’economia, non sanno più a chi prestare soldi. In questo quadro esultano solo i pensionati più ottusi, le loro mele golden costano meno e possono così regalare 50 euro al nipote 35enne.

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12 commenti

  1. l

    Ottimo e abbondantemente, discorso tra l’altro affrontato sul muro delle elezioni un paio di mesi fa.

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  2. L

    e vogliamo dirlo che il pil ha il segno + dopo lungo tempo? in generale si dovrebbe dare ai governi il tempo per realizzare i propri progetti, altrimenti non si arriverà mai da nessuna parte.

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  3. c

    “bisogna anche scrivere che mancano italiani con spirito di iniziativa e di adattamento”…

    direi che mancano eroi che hanno voglia di fare impresa nel regno della casta parassitaria per eccellenza, con tassazioni a livelli subumani (a che punto siamo sulla curva di Laffer?) e con un quadro normativo che cambia ogni 10 minuti. Appunto, possiamo incolpare laggente di non voler fare gli eroi per mantenere la marmaglia italiota?

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  4. Non c’è una verità che valga su tutto il territorio italiano, ma vedo conoscenti fare trafile (e sottoposti a umiliazioni) incredibili per avere la possibilità, forse, di uno stipendio fisso con cui comunque non arriverebbero alla fine del mese. Vedo anche le difficoltà di locali e aziende nel trovare persone disposte a lavorare la domenica o la sera. Se il padre di famiglia quarantenne deve rinunciare a fare il fenomeno, il disoccupato trentenne comunque a casa con i genitori potrebbe e dovrebbe invece rischiare… il vero problema (anche mio personale) è che mancano le buone idee, al di là della voglia di fare, mentre di soldi ce ne sono fin troppi. Poi la tassazione italiana sul lavoro e sull’impresa è assolutamente immorale, oltre che ingiusta: si colpisce soltanto chi si dà da fare, dandogli un ottimo alibi non dico per l’evasione ma per l’elusione sì.

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  5. c

    Che le aziende facciano fatica a trovare chi lavora di sera e di domenica, lo ricollegherei allo stipendio che non permette di arrivare a fine mese: vale la pena fare più fatica (e annientarsi la vita) per prendere due lire e sopravvivere?
    A mio parere, sia di soldi sia di buone idee (molte volte è sufficiente che siano anche solo semplici, non occorre sempre la genialata), ce ne sono molti in giro, quello che limita è il cinema da mettere in piedi e sopportare ogni santo giorno, in attesa che qualche demente dell’apparato italiota venga a intralciare te, che con i tuoi soldi mantieni anche lui.
    In sintesi, finché non cambia l’approccio italiota per il quale chi ha successo e fa soldi è perché ha sicuramente intrallazzi e ha rubato, la vedo molto dura in questo paese e è un dovere morale che le aziende se ne vadano all’estero, in paese civili come Svizzera e Austria, non a sfruttare lavoratori nel 3° mondo o nell’est.

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  6. E

    Cattivissima ma verissima la chiusa sui 50 euro regalati dai nonni ai nipoti. Ne avrei da dire sull’egoismo darwiniano di questi nipoti e sulla feroce generosità dei nonni di oggi ma andrei off topic.

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  7. Chiusura spettacolare, che tra l’altro risponde anche ad una discussione recente sull’Istat…

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  8. U

    cyd
    l’alternativa al non far fatica per arrivare a fine mese qual e?farsi mantenere?
    son d’accordo con i problemi per chi vuole iniziare un’attivita,ma giustificare il fancazzismo no

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  9. c

    Non sto giustificando l’eventuale fancazzismo, ma cerco di interpretare le valutazioni che molte persone fanno.
    Ti faccio l’esempio di 3 miei amici:
    – è meglio lavorare in un supermercato anche di sabato e domenica (ora pagati come un giorno normale) con vita sociale annientata per 10 anni oppure fare un lavoro normale, prendendo meno, e avere una parvenza di vita perché si vive ancora in casa con i genitori?
    – è meglio lavorare per 10 anni come tecnico/antennista per le trasmissioni sportive in giro da solo con un furgone per il nord Europa tutto inverno per le dirette di sci a €2.000/mese (non a €6.000) oppure fare il commesso a Ibiza?
    – è meglio fare il meccanico vivendo in casa con i genitori oppure uscire di casa e sopravvivere?

    In generale, sì, vedo un massiccio trasferimento di ricchezza dai genitori ai figli, quello che tu definisci “farsi mantenere”, sia a livello di flussi economici sia di beni (banalmente hai già la casa e non te la devi comprare).
    Io sono giunto alla conclusione che la mia generazione (1982) abbia completamente fallito: gli unici che hanno in mano qualcosa (azienda, attività), sono quelli che l’hanno ereditata dai genitori, ma da zero non sarebbero riusciti a mettere in piedi niente. In sintesi, generazione di miracolati o di disperati.

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  10. Cydella, non capisco la tua valutazione però, perchè il tuo discorso sembfa dar la colpa alla situazione mentre la conclusione al singolo…

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  11. c

    Ritengo che la mia generazione abbia fallito, ma do la colpa più alla situazione che al singolo: chi ne avrebbe la capacità, trova una infinità di ostacoli; chi ne avrebbe la possibilità, si trova in una situazione da “ma chi te lo fa fare?! Stai già bene così, perché ti vuoi andare a impelagare?”.

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  12. l

    Anch’io sono dell’82 però vedo una generale difficoltà nel fare azienda inteso come industria (classico es nei primi 80 tanti pratesi si mettevano in proprio nel tessile, producendo quindi è non offrendo servizi), non nel lavorare (dipendente o in proprio); sicuramente c’è un peggioramento della sicurezza sociale (però non dovuto soltanto al tipo di contratto ma proprio al fatto che l’azienda per cui lavolri un domani potrebbe non esserci), ma sembra indipendente dalla generazione.
    Boh forse son più ottimista.

    Ps: cyd ognuno chiaramente vede la realtà più vicina a lui.

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