Una vita da libidine, intervista a Jerry Calà

Per tutti noi di Indiscreto Jerry Calà è non soltanto un personaggio di culto, ma anche un artista che ha attraversato quattro decenni di storia italiana mantenendo quella freschezza e quello spirito di osservazione della realtà quotidiana che sono in maniera evidente alla base del suo successo. Un’esistenza sotto i riflettori, ben raccontata nella sua autobiografia ‘Una vita da libidine‘, appena uscita per Sperling & Kupfer. Dove con un tono splendidamente alla Jerry Calà vengono affrontati anche temi molto seri: l’identità (bambino siciliano a Milano e adolescente milanese a Verona), le aspettative della famiglia (che lo voleva ingegnere), l’amicizia che si trasforma con l’età (molto forti i capitoli sul suo rapporto con gli altri Gatti), gli splendori e le miserie del mondo dello spettacolo, dove anche chi è bravo ha bisogno di essere al posto giusto nel momento giusto (la Verona beat, il cabaret del Derby, la RAI di Enzo Trapani, il cinema dei Vanzina), l’eterna sfida con se stessi. Un libro pieno di aneddoti e storie inedite, che ovviamente ci ha emozionato nella parte sugli anni Ottanta, davvero ben scritto e senza nemmeno troppa diplomazia. Di questo e di altro Jerry Calà ha parlato in esclusiva con Indiscreto, in un pomeriggio di maggio.

Nel libro lei scrive che da bambino il suo mito era Celentano. È stato lui ad accendere in Jerry Calà il fuoco sacro dello spettacolo?

Per Celentano impazzivo, quando da piccolo vivevo a Milano. Fra l’altro vicinissimo a via Gluck… Mi vestivo addirittura come lui, con tanto di pantaloni bicolori. Era il mio riferimento come fenomeno del tempo, ma il fuoco sacro dello spettacolo mi sarebbe venuto a Verona, dove ho trascorso la mia adolescenza e dove vivo adesso. Ai tempi, parliamo della seconda metà degli anni Sessanta, Verona era considerata la Liverpool italiana  e per uno strano fenomeno, che nessuno sapeva spiegare, lì pullulavano quelli che una volta venivano definiti non ‘band’ ma ‘complessini’. In ogni cantina ce n’era uno e quello con me dentro, i Pick-Up, ebbe anche l’onore di un servizio su Qui Giovani, giornale all’epoca molto letto. Verona era insomma la capitale italiana del beat e io del tutto casualmente ero lì.

Proprio a Verona, al liceo classico, lei conosce quelli che diventeranno i Gatti di Vicolo Miracoli, che nella formazione originaria erano sei. Chi era meglio come musicista fra lei e Umberto Smaila?

Senza dubbio Umberto. Io sono un autodidatta, vado a orecchio, mentre Smaila ha studiato pianoforte, legge la musica, ma soprattutto è un bravissimo compositore. I successi dei Gatti sono stati scritti da lui, da ‘Capito?’ a ‘Verona beat’. 

Come mai lei ha fatto relativamente poca televisione e quasi sempre come ospite?

Amo la televisione, agli inizi con i Gatti la grande popolarità ci è arrivata grazie alla partecipazione a Non Stop di Enzo Trapani. Ci tengo a dirlo: è Non Stop che ha davvero rinnovato la televisione italiana, rinunciando al conduttore-presentatore, non Drive In come si legge spesso. Sul perché ci vada poco, in televisione, ho un’idea precisa: una volta la televisione era popolata da artisti che andavano lì a fare qualcosa, oggi invece le trasmissioni ti chiamano per stare lì a fare niente, al massimo a dare opinioni su qualsiasi argomento. Se a questo aggiungiamo che non ho mai amato i talk show, allora alla fine in televisione vado quasi soltanto per promuovere qualche mio lavoro. Però come mezzo mi piace, inoltre è grazie alla televisione se i miei film hanno resistito nel tempo. 

Perché negli anni Ottanta molte commedie avevano un grande successo di pubblico al cinema, mentre oggi sembra che ci sia soltanto Checco Zalone?

Semplice: lui è l’unico che non si vergogna di far ridere. Poi ci sono tanti film ben fatti anche oggi, ma la nuova commedia italiana è fatta da ‘tenutini’ e politicamente corretti. Noi non ci vergognavamo di pensare e soprattutto di dire belle battutone, Zalone è lo stesso.

Nel libro lei distingue fra l’anima impegnata dei Gatti, rappresentata da Nini Salerno e Franco Oppini, da quella commerciale, cioè Calà e Smaila. L’inizio della fine del gruppo fu questo?

Avevamo idee diverse sulla direzione da prendere, in un gruppo è normale. Anche in un gruppo dove si è cresciuti insieme. Anzi, forse di più: perché a trenta anni si è molto diversi che a venti, ognuno ha il suo percorso come singolo ed è logico che a un certo punto non si funzioni più come dieci anni prima. Da una parte nel nome della qualità non si volevano fare alcune cose, come ad esempio le serate in maniera intensiva, dall’altra c’eravamo io e Smaila. Forse ci piaceva anche di più lavorare, non so, di sicuro volevamo sfruttare il momento dopo tanti anni in cui avevamo fatto la fame. I Gatti non avevano mai avuto un’amministrazione oculata, anche dopo i primi successi i soldi erano pochi. Quello fu l’inizio della fine. Poi, non vorrei essere frainteso perché funziona così dappertutto, quando in un gruppo di amici arrivano le mogli allora le idee e i pareri si moltiplicano e non si può più andare avanti.

Molti suoi film sono diventati culto puro, anche per merito di grandi caratteristi. Guido Nicheli è stato il più grande di tutti?

Lui per tutti gli attori di estrazione nordica è stato un faro e nella vita era un personaggio davvero così come appariva sullo schermo. Era un odontotecnico che per anni aveva fatto il rappresentante di alcolici, ma era anche un grandissimo attore naturale. Se il cinema italiano non seguisse certe logiche di amicizia, diciamo così, avrebbe avuto occasioni più grandi.

Nel libro lei parla di donne ma non si dilunga…

Eh, ma per parlare solo delle mie donne ci vorrebbe un volume a parte! 

Di recente è morta Karina Huff, una delle attrici simbolo della commedia italiana anni Ottanta, insieme a Isabella Ferrari, Marina Suma, Federica Moro e poche altre. Cosa si deve avere, oltre alla bellezza, per entrare nel cuore del pubblico?

Karina era una buona risposta a questa domanda. Se vogliamo raccontare gli anni Ottanta con una foto basta prendere un suo primo piano. In lei c’era tutto quel decennio: allegria, sensualità, voglia di vivere, simpatia, spregiudicatezza. Era un simbolo ma anche un’amica, che nonostante la bellezza non ho mai visto come donna da conquistare. Eravamo proprio compagnoni, fare un film con lei era una gioia.

Lei viene spesso identificato con il cinema dei Vanzina, ma sono ormai trenta anni, dai tempi di Yuppies, che non fa un film con loro. Come mai?

Qualche anno dopo Yuppies abbiamo fatto una cosa insieme per la televisione, ma è vero che dopo gli anni del grande successo le nostre strade si sono separate. Loro sono registi e sceneggiatori che puntano sugli attori del momento, infatti nel corso degli anni hanno cambiato attori più volte. Fanno il loro mestiere. Ma al di là dei Vanzina il cinema romano è un po’ così, segue l’onda. Dico romano perché il cinema italiano fondamentalmente si fa a Roma e prende un po’ di un certo suo spirito. Così quando si cita un attore, anche molto famoso, può capitare di sentire dagli addetti ai lavori frasi come “Ma chi è quello? Sarà morto…”. Poi va detto che io stesso sono diventato regista e anche produttore di me stesso, quindi con i Vanzina non c’è davvero più stata occasione di lavorare. 

L’anno scorso al Teatro Nuovo di Milano abbiamo assistito al suo spettacolo ‘Non sono bello… piaccio!’ e ci ha colpito quando ha detto che non bisogna rimpiangere il passato, ma degli anni Ottanta bisognerebbe avere l’ottimismo e la voglia di fare. In definitiva, ha fiducia nel futuro dell’Italia?

Già di per sé la nostalgia degli anni Ottanta, dei Settanta o di qualsiasi altra epoca è un brutto segno perché significa che non ci piace il nostro presente. Degli anni Ottanta salverei l’ottimismo e la voglia di fare, non certi comportamenti individuali e politici che poi hanno fatto male all’Italia degli anni seguenti. Un paragone fra i giovani di oggi e quelli di trenta anni fa lo posso però fare: una parte delle nuove generazioni si lamenta molto e sta lì ferma ad aspettare. 

Quale film dei suoi, fra i tanti, salverebbe dal diluvio universale?

Un ragazzo e una ragazza, di Marco Risi, scritto dal grande Furio Scarpelli, con Marina Suma: un film che mi ha fatto recitare in maniera più pacata, per me una novità. Un film che mi piace tantissimo rivedere, anche se vivo nel presente. 

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Una vita da libidine, intervista a Jerry Calà, 8.6 out of 10 based on 13 ratings

3 commenti

  1. a

    jerry calà l’ho adorato negli anni 80, e sono contento che lui citi “un ragazzo e una ragazza”, per me film stupendo che si distanzia parecchio da yuppies e cavolate varie dell’epoca. ricordo con piacere anche “vado a vivere da solo”, con uno splendido lando buzzanca (battuta cult riferendosi al tizio che gli portava su le cose del trasloco “grande giocatore di calcio, vittima innocente del calcio scommesse, lo chiamavano piedi di moquette). però definirlo artista che ha attraversato 4 decenni di storia italiana…..cosa ha fatto negli ultimi 25 anni? io ricordo “chicken park” e “vita smeralda”, film che in quanto a bruttezza rivaleggiano con “alex l’ariete”. ah comunque bella intervista

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  2. A

    a pelle non ho mai sopportato jerry calà, ma devo dire che in questa bella intervista – e quindi, probabilmente, anche nel libro – dimostra una qualità assai rara, ossia quella di saper uscire dal personaggio e dire cose interessanti.

    io temo sempre una deriva alla boldi, ossai il commentare con la voce di cipollino anche un disastro nucleare.

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  3. p

    Il problema è di chi chiede a Boldi di commentare il disastro nucleare, non di Boldi 🙂

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