La fenice rinasce: intervista a Rodolfo Santandrea

Mancava ormai poco al compimento del nostro tredicesimo anno di età quando fummo folgorati sulla via di Sanremo 1984, oltre che da Anna Oxa che cantava Non scendo (scendendo le scale), da un personaggio visibilmente eccentrico dal nome di Santandrea. Categoria nuove proposte, voce lirica, aspetto elegante, ritmica elettronica e testo romanzato. La ricetta era perfetta per colpirci, sempre pronti a entusiasmarci per le cose più di nicchia, come appunto La Fenice, brano composto dall’allora ventiduenne nato a Faenza assistito da Riccardo Cocciante. Il volo del mitologico uccello purtroppo non superò lo scoglio delle giurie ma si meritò il premio della critica in una edizione che vide affermarsi tra i giovani Eros Ramazzotti con Terra Promessa.

Rodolfo Santandrea (questo il suo nome completo) aveva tutte le carte in regola per meritarsi attenzione, considerata la sua originalità, proprio a cominciare da quell’esordio sanremese arrivato dopo un Q Disc e la partecipazione a Castrocaro. La Fenice a parte, conservata su una musicassetta del Festival, le nostre orecchie lo persero però di udito per poi scoprire dopo qualche stagione che in realtà aveva continuato a cantare. Questo grazie ad Aiutatemi amo i delfini (1989), album che fronte arrangiamenti segnava un cambio di rotta, con strumenti del tutto veri. Intatta si manteneva però l’originalità della sua proposta così come la sensibilità dell’uomo confermata da interviste dove traspariva una certa timidezza di fondo e un deciso distacco artistico. Bello il disco, ricco di melodia e testi fuori dagli schemi, con un sottofondo di sofferenza e malinconia.

E poi ancora una pausa discografica di sei stagioni fino ad Anni (1995), altra proposta elegante, che però non trovò di nuovo spazio tra il mainstream dilagante. È grazie a questo album che abbiamo sostanzialmente ri-riscoperto Santandrea perdendolo per l’ennesima volta, quasi volesse sfuggire all’abbraccio di quel pubblico che dal 1984 lo rincorreva con la mente nonostante le difficoltà nel reperire la sua musica. Per poi sorprendere ancora una volta con un progetto questa volta totalmente in chiave lirica intitolato Santandrea e la Camerata Veneziana, dove la sua voce riproponeva le modulazioni più nobili, su un repertorio eterogeneo spaziante da Mozart a Rossini.

Facendo un salto all’indietro un’ultima citazione la lasciamo però per quello che è probabilmente il lavoro meno conosciuto e più sperimentale di Santandrea: Ricordi e sogni del mio vescovo (1985), un ventaglio di suoni e parole da ascoltare con riguardo.

Se oggi dovesse capitarvi di scorgere un violinista che in piazza impazza con la sua musica guardatelo bene, potreste trovarvi proprio di fronte a lui, che il 7 dicembre sarà ospite insieme al quintetto barocco della Camerata Veneziana, alla finale del Premio Fabrizio De André. Nell’attesa lo abbiamo cercato e qui di seguito potete leggere una lunga intervista in più pagine in cui, oltre che della sua vita, parla di musica e libertà, esprimendo opinioni personali e offrendo spunti di discussione.

Cominciamo dal Santandrea di oggi e il suo rapporto con la musica. Di che cosa si sta occupando e quali sono i suoi progetti?

Mi occupo di ampliare il mio raggio d’azione. Da circa sette anni, rientrato dall’ultimo viaggio in Giappone – Tokyo, Yamanashi e Osaka per alcuni concerti – ho avvertito la necessità di un contatto diretto col pubblico; in sostanza, scendendo dal palco ed uscendo dal giro dei media ho percepito che qualcosa nel nostro Paese non funzionava, qualcosa di essenziale. Ho quindi iniziato un percorso come violinista solitario in gran parte del Centro e Nord Italia, da Venezia a Roma. Tenendo conto che la musica non è solo ed esclusivamente motivo, più che legittimo, di svago o sano divertimento, ma anche veicolo di speranza e di bellezza. È come se il suo ruolo sociale fosse quello di portare un augurio a chi ha fortuna di poterlo udire per un futuro migliore senza alcuna distinzione di casta, classe sociale o posizione di potere. La canzone tocca lo spirito, esattamente il contrario di ciò che fa la politica. Muove e risveglia di più la coscienza una canzone ben fatta, ben scritta e bene interpretata che non una inutile e squallida seduta in Parlamento. Per far questo, in maniera molto semplice, mi sto occupando di trovare date. Concerti, matrimoni, feste private, celebrazioni in genere dove il pubblico sia predisposto all’ascolto, luoghi e piccoli o grandi eventi, non importa, dove sia ‘necessaria’ la presenza di uno o più musicisti. Sarebbe interessante delegare questo ruolo ad altri ma ormai, dopo tanti anni, ho lasciato perdere. Ho capito che se un musicista vuole suonare e guadagnare dalla propria professione ‘deve’, innanzitutto, trovare il luogo adatto e le condizioni favorevoli in cui presentare il proprio lavoro, diciamo ‘esibirsi’ o meglio concertare; per cui, trovare le date è ormai la mia principale occupazione. Nessuno lo fa in mia vece quindi devo fissare e chiudere i contratti di persona.

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La fenice rinasce: intervista a Rodolfo Santandrea, 8.9 out of 10 based on 14 ratings

15 commenti

  1. “…All’epoca ero stato catalogato politicamente di destra, solo per il fatto di non essermi allineato con una certa sinistra che non amavo per il suo pressapochismo, per cui, per essere chiari, i Festival dell’Unità pretendevano che andassi a suonare da loro ma non volevano pagare il mio agente. Sicché ne uscì il marchio d’infamia. Non essendomi schierato io, mi schierarono loro; della serie: pensavo chi non è contro di me è con me, ma i funzionari di partito dicevano a chiare lettere se non sei con noi sei contro di noi. Così non entrai in alcun circuito di distribuzione di spettacoli, quello della cultura dell’apparato di sinistra, il vecchio Partito Comunista…”

    Adesso arriva l’accusa di luogocomunismo, ocio: 10, 9, 8, 7…

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  2. non lo conoscevo.

    ascolterò qualcosa sul tubo.

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  3. Lo scoprii anni dopo in un programma di Red Ronnie, con Ruggeri che ricordava come un discografico avesse pronosticato per lui un enorme successo (dall’articolo intuisco si trattasse di Ennio Melis) mentre di Ruggeri nessuno si sarebbe ricordato.
    E da lì grasse risate.
    Lo trovai irritante, soprattutto nei confronti di un collega che non aveva poi avuto la sua stessa fortuna.
    Leggendo l’articolo comprendo meglio le varie ragioni per cui la predizione del discografico non si sia realizzata.

    Ricordo vagamente il filmato di Sanremo mandato in quel programma: se la memoria non mi inganna mi pare fosse molto teatrale, in una commistione fra interpretazione attoriale e musicale. Mi aveva fatto pensare a Carmelo Bene.
    Devo cercarlo su Youtube per controllare.

    PS
    Da piccola a casa mia non si vedeva Sanremo (non che i miei fossero snob o radicalchic, semplicemente non piaceva a nessuno) e le canzoni le scoprivo a scuola e sentendole alla radio.
    E di quel Sanremo la mia preferita, anche questa di un cantante oggi scomparso, resta “Acqua alta in piazza San Marco” di Gianpiero Artegiani.

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  4. Fiver, sì, è irritante, come il giudizio di Malabrocca su Coppi tramandato di volta in volta.
    Dopodichè, Ruggeri è un cretino perchè nell’intervista il protagonista spiega benissimo la natura di quella predizione del discografico, ma non è che magari la predizione non si avverata anche perchè il protagonista è un po’ fuori di testa?!…
    Io mi chiedo sempre quanto ci siano e quanto ci facciano…

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  5. t

    Fiver: magari Carmelo Bene lasciamolo stare eh

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  6. B

    ha avuto in ogni caso 30 anni per rifarsi.

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  7. C

    Un’intervista a Santandrea è da applausi a scena aperta a prescindere… Al di là di questo, nel merito non mi torna il riferimento ai meriti di Pippo Baudo per il lancio sanremese de “La fenice”, visto che all’epoca il “Pippo nazionale” non aveva molta voce in capitolo nell’organizzazione del Festival, di cui si occupava Gianni Ravera, e addirittura credo fosse stato scelto come presentatore soltanto una ventina di giorni prima della rassegna (tempistiche al giorno d’oggi improponibili), dopo essere stato in ballottaggio con Nino Manfredi.
    Di sicuro Rodolfo è un mezzo geniaccio, come tale poco inquadrabile nei rigidi meccanismi discografici e probabilmente un po’ ribelle, e magari dal rendimento altalenante, per usare un’espressione sportiva, quindi forse poco affidabile per l’industria musicale.

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  8. t

    Fiver: allora va bene, una somiglianza fisica, come Sconcerti mi ricorda Eric Forrester

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  9. Probabilmente sbaglio io, ma, ripeto, fisicamente si somigliavano e, immagino, lui abbia voluto accentuare questa somiglianza con un’interpretazione della canzone molto teatrale.

    Non ho scritto che ha reinterpretato sul palco “Nostra Signora dei Turchi” o che ha letto dei brani di “Sono apparso alla Madonna”, introducendo la sua canzone, in omaggio al Maestro.
    E non intendo certo che avevamo per le mani il nuovo Carmelo Bene e non ce ne siamo accorti.

    E’ una sensazione, tutto qui e come tale soggettiva. E’ sbagliata? Probabile, ma non lo so io e non lo sai nemmeno tu.

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  10. t

    Ma a me non interessa cosa volesse fare. Hai detto che ti ricordava carmelo bene e volevo capire il perche´.

    Di certo c’e´la somiglianza del volto, va bene.

    Poi dici che e´molto teatrale. Cosa vuol dire?
    Giusto per capirsi sulle definizioni eh. Carmelo Bene era l’opposto di tutti i teatranti italiani, quindi mi suona strano l’accostamento.

    Rispondo per te, cosi´tagliamo corto: per te carmelo bene era uno che esagerava con la voce e caricava l’interpretazione. Non e´cosi´, niente di male a non saperlo.

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  11. Un attimo: di quale Carmelo Bene parliamo?
    Perchè mi sa che l’equivoco nasce tutto da lì.

    Perchè il Bene che attraversa la sua prima fase, sempre nell’alveo di una ricerca di rottura del teatro e delle sue regole, utilizzava il corpo oltre quasi i suoi limiti.
    Rivendicava una posizione di centralità dell’attore e lo faceva a modo suo, con un gioco di amplificazione e sottrazione continua, come a voler mostrare al pubblico la differenza fra interprete e personaggio.
    E si trattava di uno stile che appare “Carico”, quasi nevrastenico. Rimandava, sempre con una rivisitazione critica, ai grandi del teatro italiano (Bene, soprattutto all’inizio della carriera, espresse numerosi apprezzamenti verso Gassman).
    E’ quello che si trova in gran parte delle opere cinematografiche e quello a cui mi riferivo io.

    Il Bene più maturo invece si orientava verso una recitazione quasi statica, come se l’attore dovesse scomparire in scena.
    E credo sia quello a cui pensavi tu.

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  12. t

    Fiver: io mi riferisco al Bene che si rifiutava di “recitare”. Che si interrogava sul fatto che un testo sia un imperituro e immutabile codice da riportare allo spettatore allo stesso modo in tutti i secoli in tutti i luoghi.

    Insomma, uno che reinventato il teatro. Uno che ha meravigliosamente mostrato la vacuita´del linguaggio.

    Il tuo commento era per me come dire “ho letto questo libro, mi ha ricordato l’ulisse di joyce”. E sticazzi, dici niente.

    P.S. Per chi ci segue da casa, godetevi http://www.youtube.com/watch?v=9BW4nhBm4pw.

    A 1:52:10 una lezione di vita e verita´, spiega tutto

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  13. @transumante:
    Appunto: non ci siamo intesi proprio perchè io mi riferivo al Bene degli anni degli esordi e della prima maturità (quello di Nostra Signora dei Turchi) e tu a quello più maturo.

    Anche questo dimostra la grandezza di Bene: perseguendo sempre la stessa idea di distruzione e ristrutturazione del teatro è riuscito a essere tutto e il suo contrario.

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  14. P.S.
    Probabilmente lo avrai già visto, ma mentre scrivevo avevo in mente questo, che vidi anni fa (appena ho tempo me lo riguardo):
    http://www.youtube.com/watch?v=o-0GC7MMv4E

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