Metà anni ’70. Gli anni di piombo si abbattono su un paese già inghiottito dall’apatia soprattutto giovanile, mentre i primi vagiti del riflusso spazzano via i resti dell’impegno politico. Per un manipolo di giovanissimi carbonari la scossa può arrivare solo dall’ estero e in ritardo, come sempre. Nell’autunno del 1976 la scena del primo punk inglese nata in quell’estate affila le armi, e non si tratta solo di musica. Se da un lato gruppi come i Pistols – e per un periodo solo loro – sono la prova che non si deve per forza essere Frank Zappa per mettere in piedi una band (sogno dei ragazzi di mezzo mondo), dall’altro le prime fanzines britanniche – e qualcuna negli USA – tentano di dare vita a un non-giornalismo di stampo antagonistico. Storicamente, in Inghilterra il veicolo fanzine data agli anni ‘30 con varietà di contesti, ma l’improvvisa ondata di giornali fotocopiati nella Perfida Albione impone una realtà nuova: da quell’estate e per un lungo tempo ‘fanzine’ diventa sinonimo di ‘giornale punk’.
In Italia, come sempre, i riverberi di tutto questo arrivano tardi. Ci vorrà un anno buono per vedere le prime fanzines e le prime punk bands, che spunteranno nell’estate 1977. Niente di eclatante, qualche nome in tutto ma sembra già qualcosa, anche se l’interesse reciproco tra i primi punks italiani è un po’ scarso. Ci si fa pubblicità come si può, e più che altro si fanno progetti: creare una scena italiana con i suoi gruppi, locali e fanzines. Ma per fare o dire cosa? Per ora si parla quasi esclusivamente di musica, poi si vedrà. In questa fase cruciale i più attivi sono i fratelli maggiori, i cosiddetti riverniciati, ovvero i reduci trentenni del vecchio underground protofreak.
E i contenuti? L’ Italia del ’77 dà una connotazione politica a tutto. Nella vasta area della Nuova Sinistra – intorno alla quale gravita buona parte del mondo giovanile – il punk è sconosciuto ai più, e alla minoranza colta non piace per niente. Così i contenuti espressi dalla Nuova Onda (noia, povertà e voglia di scioccare sbandierate da qualche individualità eccentrica, che sfociano inizialmente in un nichilismo un po’ a un tanto al chilo) vengono sdegnosamente ignorati. Mentre i braccialetti di perline con la scritta ‘Punk’ fanno la loro comparsa da Fiorucci, ci si limita a una domanda: ma i punks sono di destra o di sinistra? E’ l’inizio di un equivoco che durerà per qualche mese. Nei primi dibattiti (“Nooo! Il dibattito noo!!”, implorava nel 1976 il Nanni Moretti di ‘Io Sono Un Autarchico’), la realtà di fondo vede una netta divisione tra punks della prima ora, tutti teenagers o poco più, e i trentenni un po’ tristi di cui sopra. I quali dopo il sovrano disprezzo iniziale provano comicamente ad annettersi il cosiddetto ‘movimento punk’, utilizzando modi e vocabolario da figli dei fiori rincoglioniti. Una volta falliti i tentativi di derive destrorse, a sinistra si riconsidera la faccenda perché il terrore dei riverniciati è uno solo: restare indietro. Lo resteranno comunque.
Quando tra l’estate e l’autunno ’77 in Italia compaiono le prime fanzines – quasi esclusivamente al nord, con rare eccezioni nel centro Italia – ci sono già cordate e clan: ridicolo, ma vero. La stampa ufficiale italiana inizia a occuparsi esclusivamente del lato folkloristico della ‘moda punk’ (i vestiti, i capelli, le spille da balia ecc.): alcuni reportage-spazzatura di periodici tipo Gente, Oggi, Novella 2000 e compagnia sono tuttora illuminanti. Un unico aspetto parallelo unisce l’Italia a UK e USA: come i loro colleghi oltremanica e oltreoceano, dopo avere deriso il punk i cosiddetti veri musicisti, giornalisti e addetti ai lavori tricolori all’improvviso flirteranno comicamente – e per anni- con un immaginario tardo-new wave più consono al gusto italico e ben visto dai fratelli maggiori, con risultati esilaranti: la riverniciata in chiave Nuova Moda dei Carlo Massarini e dei Roberto D’Agostino, l’improvvisa identità neo-mitteleuropea di Matia Bazar e Orme o le foto di Eugenio Finardi con giubbetto alla Fonzie, occhialetti wraparound e lingua dei Rolling Stones bene in vista (del tipo “Adesso vi faccio vedere io”) in ottica trash valgono tanto oro quanto pesano. Fatti i conti, cosa produce da noi il sorgere di spille da balia, collari e catene? Semplicemente, che nessuno in Italia si è mai arricchito occupandosi di punk, il che preserva tuttora all’argomento una certa purezza d’intenti. In quanto al resto, tutti i fenomeni che si sono avvicendati negli anni a venire – dai revivals ai nuovi trend – hanno consegnato alla storia la sola verità: l’Italia era, è e resterà in sostanza un paese di locali da ballo.
Questo libro è un omaggio al periodo più interessante della saga del punk italiano, quello a cavallo tra il tardo 1977 e il 1981. Cioè il quarto d’ora d’avventura – in molti casi l’ unico – nella vita di un manipolo di carbonari, tra ingenuità, stupidaggini e qualche autentico colpo di genio, soprattutto sotto l’aspetto grafico. Che è poi quello che hanno tramandato ai posteri quei fogli, saccheggiati ancora oggi da pubblicitari, grafici di professione e diligenti fratelli minori. Ovviamente, la molla che spinge a fare una fanzine non si è esaurita a fine 1981: è proseguita e continuerà con tutti i mezzi a disposizione, almeno finchè ci sarà un nuovo carbonaro pronto a sposare la causa della Cospirazione. Se mai più ce ne sarà una.
di Eletttro e Glezos
(pubblicato per gentile concessione degli autori, estratto del libro
‘PUNK ALLA CARBONARA – 1977-1981: l’Italia sotterranea attraverso fanzines, stampa & dischi’, di Eletttro & Glezos, edito da Avec Les Punks. Per acquistare il libro via posta, scrivete a aveclespunks@hotmail.it – Chi vive a Milano può trovarlo nei negozi Metropolis 2 (via Procaccini 7) e Dischi Volanti (Ripa di P.ta Ticinese 47)
Nella seconda metà degli anni ‘70 l’ esplosione del punk ha riverberi anche in Italia, dove tra il 1977 e il 1981 nuclei di carbonari producono una quantità insospettabile di fanzines, giornali, dischi, articoli, libri e dibattiti. Questo libro, realizzato come una fanzine (scritte a mano comprese), documenta attraverso l’esteso archivio degli autori gran parte di una prima scena che pochi conoscono. Comprende estratti e riproduzioni da 35 fanzines -circa 200 copie consultate-, 31 testate giornalistiche, 15 libri, discografia dettagliata (71 titoli), oltre 200 illustrazioni, schede e un indice di 212 voci.
“La pubblicazione più completa, appassionata e soprattutto credibile mai uscita sul primo punk italiano. Nelle 280 pagine di questo monumento al Do It Yourself c’è tutto quello che occorre sapere. A molti il punk cambiò la vita, leggete questo libro e capirete il perché. Fondamentale”. (Rumore)
“Mai come in questo caso il risultato premia tanta attesa. Il sogno proibito di ogni amante di punk rock”. (Vida)
Punk alla carbonara,Devi essere identificato per pubblicare un commento Identificati
GoogleUser32
13 marzo 2013 alle 16:27
beh glezos che dà del trash agli altri e poi finisce a suonare negli ufo piemontesi come vogliamo definirlo?
e poi da quando indiscreto, patria del quanto è bello sanremo, evviva la oxa e toto cutugno, dà spazio all’underground anni ’70?
Stefano Olivari
13 marzo 2013 alle 17:26
Ognuno ragiona con la sua testa, per fortuna. Io ammazzerei per difendere Fiordaliso e Totò Cutugno, Glezos per i punk. Di cui io mi intendo come di fusione nucleare o di calcio.
Dane
13 marzo 2013 alle 17:40
Direttore, basta con ste recensioni, mi fa spendere un sacco di soldi in libri!…non faccia il serpente, che io non sono Adamo: sono proprio Eva!
A parte tutto, tre cose:
1) descrizione fedele della tristezza della scena italiana. Unica pecca del libro è la copertina: possibile che ogni libro sul punk debba avere la copertina composta da scritte fatte coi ritagli di giornale?!…
2) scena che non è questione di locali da ballo ma semplicemente frivola e superficiale, quindi di ogni onda prende sempre il lato più esteriore.
3) chi esce dalla superficialità è solitamente la sinistra che però tende da una parte a riempire di troppi contenuti (i soliti, i propri, stucchevoli, contenuti…) per poter stumentalizzare ogni cosa e metterci sopra il proprio marchio per appropriarsene: lo fecero negli anni 70 col punk (poi ambientatosi nei centri sociali…), lo fecero negli anni 90 con l’Hip-Hop (che le “Posse” cercarono di trasformare in una roba “da comunista”, mentre nella patria del movimento c’erano nazisti neri come Eazy-E che teorizzavano la superiorità della razza nera alla faccia del “siamo tutti fratelli”…), lo fanno nel terzo millennio con temi ecologici legati alla mobilità sostenibile tipo l’anarcociclismo…
4) tra le barzellette italiane ci avrei aggiunto anche la Oxa e la Rettore, che in quanto a trash simil-punk diedero il proprio contributo…
5) per gli amatori del genere, anni fa Le Silla (marchio di calzature da donna) fece un omaggio al punk disegnando un’intera collezione di scarpe, stivaletti e stivali in stile punk. Tutte rigorosamente a punta, con altissimi tacchi a spillo, e pins con iconografia punk varia (dalla linguaccia alla bandiera britannica). Vari disegni ma due soli colori, assortiti ed alternati in maniera varia a seconda del modello: nero e tartan.
Una vera chicca…
dago1982
13 marzo 2013 alle 18:49
Non potendo parlare dei gruppi punk degli anni 70 e 80 per ovvi motivi, mi sembra che siano abbastanza conosciuti (tra gente della mia età) questi gruppi:
https://www.youtube.com/watch?v=EoeiKokceT4 e https://www.youtube.com/watch?v=YOtRg50w9wo
entrambi italiani e di sinistra…
dago1982
13 marzo 2013 alle 18:52
sempre a chi piace la musica alternativa alla solita della radio, ovviamente
Dane
13 marzo 2013 alle 19:09
@Dago1982: non l’ho capita, a cosa ti riferisci esattamente?!…
@All: per quanto riguarda la strumentalizzazione politica, m’ero dimenticato di sottolineare come più in Italia il movimento veniva marchiato dalla sinistra più Inghilterra viaggiava inesorabilmente verso destra (per questioni sociali però, più che ideologiche…), sfumando lentamente verso il Punk-Oi e sfociando di lì a poco nel movimento skin-heads che all’inizio non aveva connotazioni naziste ma (sempre per questioni sociali più che ideologiche, come detto…) le acquisì poco dopo. Questo socio-politicamente, mentre musicalmente si abbracciavano stilemi jamaicani (ska e rock-steady soprattutto) che è la maggior contraddizione del movimento: come se Adolf Hitler fosse stato un appassionato di blues & jazz…
Banshee
14 marzo 2013 alle 08:47
in politica la stai buttando tu. il punk era “no future” e in quanto tale avulso da qualsiasi discorso politico.
GoogleUser32
14 marzo 2013 alle 09:11
ma perchè, glezos fa parte della redazione di indiscreto?
transumante
14 marzo 2013 alle 09:34
a me qualunque movimento, scena, gruppo d’appartenenza sembra triste a prescindere, specialmente se quelle che si definiscono influenze sono soltanto scopiazzature
che poi non e´che toto cutugno dica cosa meno intelligenti dei clash, solo uno che uno parla di afragola (paese random) e gli altri di londra
dago1982
14 marzo 2013 alle 09:47
forse non si legge il primo commento… provo a riproporlo…
Non potendo parlare dei gruppi punk degli anni 70 e 80 per ovvi motivi, mi sembra che siano abbastanza conosciuti (tra gente della mia età) questi gruppi:
https://www.youtube.com/watch?v=EoeiKokceT4 https://www.youtube.com/watch?v=YOtRg50w9wo
entrambi italiani e di sinistra…
GoogleUser32
14 marzo 2013 alle 10:31
beh certo, joe strummer in confronto al toto nazionale era un imbecille. colpa solo della supremazia mondiale della lingua inglese rispetto a quella italiana se strummer è stato celebrato in tutto il mondo e cutugno solo in italia e russia (dove tengono corsi universitari sulla poesia dei suoi testi, tipo “le mamme sognano le mamme invecchiano le amme si amano ma ti amano di piu’”).
quanto alla tristezza di movimenti e gruppi d’appartenenza, immagino cosa possa pensare un appassionato di musica, o politica, o arte su chi passa parte della giornata a leggere e commentare siti di sport
chad palomino
14 marzo 2013 alle 10:46
@transumante: Penso dipenda anche da come uno le cose le dice
Parlare di Londra fa più figo indubbiamente, ma non è certo quella la differenza fondamentale (indipendentemente dal fatto che uno preferisca Cutugno, i Clash o nessuno dei due).
Stefano Olivari
14 marzo 2013 alle 11:04
@GoogleUser32: C’è del vero nel tuo paradosso. Una cagata in inglese (disco, film o libro che sia) ha 50 volte più possibilità di una cagata in italiano di avere successo internazionale o comunque di essere considerata. Non è un complotto di oggi, ma il colonialismo di ieri.
GoogleUser32
14 marzo 2013 alle 11:34
@Stefano Olivari:
beh questo è pacifico.
però non credo sia il caso di clash-toto cutugno.
anche in italia sono più celebrati artisti inglesi e americani mediocri invece di italiani validi, criticati a prescindere.
ad esempio, per tornare a un post di ieri, secondo me il film “il cosmonauta” era davvero bello, ma è stato definito una cagata
Dane
14 marzo 2013 alle 12:42
@Dago1982: sì, non appariva il tuo primo commento e quindi non avevo capito il tuo secondo, per il resto aprlare di gruppi punk per il post70 secondo me ha poco senso…
@Transumante: 1) I movimenti sono tristi quando sono autodichiarati, dare etichette spetterebbero a terzi, altrimenti è recita o (come dici tu) scopiazzatura. Che è appunto il caso italiano…
2) ma infatti “dire cose intelligenti” non è che fosse il primo obiettivo del punk, sinceramente…
@Banshee: ma ce l’hai con me?! No, perchè quanto hai detto non è in contraddizione con quello che ho detto io…
@Googleuser32: su Totò Cutugno mi hai ammazzato dal ridere…
@Direttore: quello sul colonialismo è un discorso tradizionale su Indiscreto, ma vale come alibi fino ad un certo punto: Cutugno può paragonarsi ad Humperdinck, ma di certo non a Paul McCartney o Eric Clapton.
Così non è per la lingua se i Clash restano un prodotto più forte di Cutugno, posto che nel punk il messaggio non sta nè nei testi nè nella musica…
@Paguro&Alessio Baccetti: cosa vi avevo detto?! Non ci sono metri di misura per determinare chi è più grande, tantomeno tecnica e preparazione musicale, però la prima volta che fossero entrati in ballo i punk sarebbero partiti i distinguo…
Banshee
14 marzo 2013 alle 12:47
“ce l’avevo con te” perchè l’hai buttata in politica quando il punk non è politico per definizione.
poi per quant origuarda il “segmento italiano” del punk, basta vedere come viene rappresentato nel mitologico “Fast Food” per annientarlo definitivamente.
con buona pace di Lindo Ferretti che ora vive su un a montagna ed è seguace di Ratzinger (interessante l’intervista su Il Fatto di qualche giorno fa, l’ho letta in rete):
Andrea
14 marzo 2013 alle 17:58
@GoogleUser32: avevo saltato la discussione, l’ho ripescata ora. Davvero pensi che Cosmonauta sia un bel film? Io l’ho visto e mi sono annoiato tantissimo, la solita italianata su “oh quanto erano belli i centri sociali nei ’60, erano tutti fighi, il komunismo era bello ed i cazzottoni coi fasci vuoi mettere”…
poi arrivano i tedeschi (anzi sono arrivati già prima!) e ti fanno un film 100 volte migliore come “Goodbye Lenin”
Poi parlano della decadenza del cinema italiano… ma dove vuoi andare che vediamo tutto come se fossimo ancora 50 anni fa?
GoogleUser28
14 marzo 2013 alle 18:57
Boh,so solo di non sapere…
Del resto la deriva estetica,l’uniforme(?),ha veramente poco a che fare con il resto(musicale e non).
Per una volta,provo a defecare nel mio giardino.
Faccio il reduce,il postumo in vita.
In Italia il punk,o presunto tale,si è trasfigurato negli Ottanta:perchè la cosiddetta scena HC era un’ottima scusa.
Non ho idea se fosse politica,di sicuro però fu socialità e controinformazione.
Rifiuto totale del sistema.
Vi segnalo la poesia acida,anarchica,della canzone più incredibile di quel periodo.
Le parole,sputate,erano benzina sul fuoco:affermavano tutto ciò che non si poteva dire…
Forse nemmeno oggi.
E la musica fungeva benissimo;lo stacco verso il minuto e quaranta è ancora sorprendente:fa capire che i nostri il paraocchi non l’avevano.
Anzi…
http://youtu.be/rlQ-58_2Jug
Simone Basso
Dane
14 marzo 2013 alle 20:31
Banshee, io l’ho buttata in politica?! Forse non hai letto bene il pezzo, e ancora meno hai capito il senso del mio post…
transumante
15 marzo 2013 alle 01:03
google user32: sono pagato per pensare, quello che voglio e quando voglio, faccio seminari a Oxford/Cambridge, interagisco con premi nobel, scrivo per giornali della famiglia Nature
Quindi di quello che pensa un appassionato di musica me ne posso anche sbattere i coglioni: posso anche guardare amici di maria de filippi e scaccolarmi, rimane il fatto che per me la differenza “intellettuale” fra clash e toto cutugno e´infinitesimale.
Dane: no no qui devi ripostare la lenzuolata su mozart. Ci hanno fatto le lezioni universitarie sul mitticco!!! Cazzo, su madonna ho visto delle tesi di laurea
glezos alberganti
15 marzo 2013 alle 03:51
Ciao a tutti! Grazie per i vostri commenti sono tutti parecchio interessanti. Un paio di segnalazioni:
GoogleUser32: Beh, ma guarda che io non “dò del trash” a mo’ di insulto, non me lo sognerei mai. Intendevo dire che la rincorsa da parte di gente più che seriosa se la guardi in ottica trash è da applauso. Gli UFO Piemontesi (quelli dove io ero finito) vennero definiti demenziali (il termine ‘Trash’ lo trovavi su Psychotronic e qualche altra testata illuminata), quindi è ovvio che noi ‘trash’ lo eravamo in partenza, al contrario di D’Agostino, Finardi ecc..
Dane: 1) La copertina del libro è composta con frammenti di immagini tratte da fanzines riprodotte all’interno del libro, una sorta di collage-omaggio. Hai ragione: molte copertine di libri e speciali sul punk sono assemblate con una tecnica simile. Ma il nostro non è un caso di marketing cheapettone: ‘Punk Alla Carbonara’ è alla terza edizione, la prima uscì nel 1998 e aveva la stessa copertina-omaggio ai fanzinari; 2)Nel libro Rettore, Oxa e altri ci sono eccome, e diffusamente. Un abbraccio per avere ricordato la chicca-Le Silla: favolose!
Stefano Olivari: Io ammazzerei per difendere Toto Cutugno, Toto (la band), Oxa, i punks, D’Agostino…e forse anche Finardi.
Dane
15 marzo 2013 alle 11:20
@Glezos: 1) Per carità, non insinuavo scelte di marketing ruffiano, era solo una constatazione…
2) Ovviamente mi ero dimenticato di dire che tali calzature erano abbondantemente decorate da borchie, fibbie e soprattutto cerniere…
@Transumante: come detto il punk non ha mai avuto l’obiettivo di dire cose intelligenti, quindi forse a livello intellettuale vale ancora meno di Cutugno (anche se forse ci sarebbero esempi più adatti dei Clash: in Strummer si trovano un sacco di concetti laburistici che – condivisibili o meno – lo pongono un gradino sopra a Sid Vicious, per dire, e ancora più articolati sono i suoi pensieri post-carriera), gli è superiore come fenomeno a patto di non sbrodolare tirando in ballo parole come “arte”.
L’importanza del punk sta più nel lato sociale, a partire dal nome stesso, e proprio come negazione di tutto ciò che è pensiero, politica, arte, etc…
Ho sempre guardato con simpatia quella gabbia di matti che è stato il fenomeno punk, però ancora adesso non riesco a trattenere una risata quando ricordo quel mio amico che al liceo mi spiegava con un tono impegnato da convegno su Caravaggio “eh, ma vedi, tu devi cercare di capire il messaggio del punk…”
p.s.: il discorso sulle lezioni universitarie credo fosse riferito a Toto Cutugno, però il senso del discorso non cambia. Ricordo amici di sinistra quando cercavano di farmi capire la profondità del prodotto Guccini: “Tu pensa che c’è un entomologo che scoprì una nuova farfalla e la chiamò Parnassius Guccini…” Ahbbè, allora…
Due coglioni così con sto Parnassius Guccini, e un antropologo ha chiamato uno scheletro “Lucy”, e il punkabestia che sta nella metro sotto casa mia ha chiamato il cane Sid, e sti cazzi!…
Paperogha
15 marzo 2013 alle 12:01
Dane, il problema, come spesso accade, non è il fenomeno ma l’ismo che solitamente lo segue
Dane
15 marzo 2013 alle 12:41
transumante
15 marzo 2013 alle 18:19
Dane: si certo, avevo solo espresso un mio sentimento verso il concetto stesso di gruppo, movimento o linea comune di pensiero. Si finisce poi con i rapper italiani con le calze della nonna in testa e l’amica del liceo a sculettare
Altrimenti diciamo che cutugno ha venduto piu´dischi di qualunque gruppo punk, quindi la sua arte ha piu´respiro e impatto, e via cosi´