L’età di Gary Shaw

Le repliche delle maglie indossate da Gary Shaw e Tony Morley nelle straordinarie stagioni dei trionfi nel campionato inglese e in Coppa dei Campioni sono allineate tra i saldi nei negozi di souvenir in città. Per quanto non originali, appaiono splendide come i ricordi di un’epoca che, per l’Aston Villa, ogni giorno sembra allontanarsi più di quanto certifichino le date impresse sulle divise.

Tutto è cambiato da quel trionfale biennio tra il 1980 e il 1982 in cui il club colmò un vuoto di settant’anni dall’ultima vittoria della Football League, suggellando in Europa la propria gloriosa storia di membro fondatore della lega calcio inglese. A partire da Birmingham, città in perenne evoluzione. Il ‘centro storico’, il Bullring, talvolta vittima e altre volte beneficiario del lavoro degli architetti, ha un nuovo volto. Modernissimi edifici in gran parte destinati allo shopping hanno spazzato via molta di quell’edilizia oscena che tanto successo riscuoteva negli anni sessanta. Nella tradizione locale dell’accoglienza e delle opportunità è anche cambiato il tessuto sociale. Il milione di abitanti del territorio urbano oggi è composto per un abbondante terzo da immigrati da Paesi del Commonweath. Tra centri culturali sikh, ristoranti tandoori, moschee, macellerie halal e parrucchieri afro-giamaicani, interi quartieri ora sono popolati da persone originarie della regione indiana, dei Caraibi o dall’Africa.

Non poteva non cambiare dunque anche Villa Park. Pur nel rispetto della tradizione, è stato ristrutturato come tutti gli impianti britannici: Di certo meno allegro è il momento attuale del club, il cui proprietario ora è un americano, che fatica a mantenere il proprio posto nella massima divisione. Per carità, quella serata al Kuip di Rotterdam del maggio 1982 a dire il vero non è stata l’ultima a far felici i tifosi claret & blue. Da allora nella bacheca dei trofei esposti nella tribuna di Trinity Road si è dovuto trovare spazio per far posto a un altro paio di Coppe di Lega. Niente a che vedere rispetto ai successi firmati da Dennis Mortimer e compagni, questo è chiaro. Anzi, stagione dopo stagione si allontanavano non solo nel tempo ma soprattutto nelle potenzialità di una società che sta vivendo da un paio di settimane un periodo sportivamente terrificante.

Dal 1982 è anche cambiato il calcio: per vincere la Division One nel 1981 Ron Saunders utilizzò quattordici giocatori in tutto. Quattordici in quarantadue partite. Quest’anno Paul Lambert, con gli ultimi innesti del mercato di gennaio, ne ha schierati il doppio in metà gare. Altri tempi, si dirà. Di certo nell’ultimo bimestre una serie di sconfitte in Premier, tra cui uno 0-8 col Chelsea alla vigilia di Natale, oltre a togliere l’appetito in vista del tacchino arrosto ha fatto scivolare il Villa in una posizione ai margini della zona a rischio. Come si suole dire, talvolta al peggio non c’è limite e quello che è accaduto nell’ultima decade di gennaio l’ha confermato. Prima l’umiliazione nella semifinale di Capital One Cup, ovvero la Coppa di Lega. A un passo dal ritorno a Wembley, non è bastato un sorteggio favorevole (col Bradford, club di League Two, la vecchia ‘quarta divisione’) e il vantaggio nel fattore campo nel match di ritorno. Quattro giorni dopo, a Millwall, contro un’altra avversaria alla portata, il triste ‘double’ in FA Cup. Cinque sere più tardi, a Villa Park in campionato la visita del Newcastle United rappresenta l’occasione del riscatto in uno scontro diretto. In effetti lo sarà, ma per gli avversari. Imbottiti di neoacquisti francofoni, i Magpies passano per due a uno. I tifosi dei Villans però non scaricano la squadra, che s’impegna con ardore fino alla fine ma ha indubbiamente dei limiti. La applaudono dopo ogni gol subito, la sostengono fino all’uscita dal campo. Applausi di partecipazione, di sostegno e affetto. Due giorni fa con a casa dell’Everton finisce 3-3 con un gol beccato al 90’ in casa: nuovo scivolone ancora in classifica fino al penultimo posto. Non un fischio né un ululato. Non sappiamo se l’Aston Villa retrocederà ma dovesse accadere di certo Agbonlahor e compagni non dovranno scappare con la scorta della polizia, come quelli delle altre formazioni che scenderanno tra i cadetti.

Dunque tutto o quasi è cambiato, a Birmingham, in Gran Bretagna e nel calcio inglese da quel 1982. Dalla denominazioni dei campionati alle sponsorizzazioni dei trofei, dalle maglie coi nomi ai posticipi domenicali, dall’invasione giocatori stranieri ai nuovi stadi senza settori in piedi. Sono cresciuti i prezzi dei biglietti e diventati di carta patinata i programmi delle partite. Sono arrivati presidenti sceicchi, portieri yankee e tecnici italiani. Tutto è cambiato ma non l’atmosfera all’interno degli stadi, l’approccio dei tifosi e la loro passione genuina per il calcio, per la propria squadra. Non a caso in inglese i tifosi sono definiti “supporters’, sostenitori, e non è una differenza da poco. Da Villa Park non abbiamo dubbi: sono loro a rendere unico e irripetibile il calcio britannico, che ancora oggi può vivere del suo presente e non di nostalgie.

Paolo Sacchi, da Birmingham

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Pubblicato da il 4 febbraio 2013. Nelle categorie Bagaglio a mano,Calcio. Puoi seguire ogni risposta a questo articolo attraverso il RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o fare un trackback di questo contenuto

10 commenti per L’età di Gary Shaw

  1. Gatto Gattoracca

    4 febbraio 2013 alle 23:15

    Tra l’altro sembra che il Villa sia la squadra dei principini reali inglesi. Per quel che mi riguarda, il mio primo album Panini aveva le foto del Villa vincitrice di Coppa Campioni e l’Ipswich Town vincitore della Uefa.

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  2. Dane

    5 febbraio 2013 alle 02:08

    E altrettanto non a caso in Italia invece si chiamano tifosi, che è una malattia…
    Squadra mitica, aiutatemi a ricordare: sbaglio se dico che l’ultima release di un certo livello fu quella con David Platt?!…

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  3. Paolo Sacchi

    5 febbraio 2013 alle 08:59

    @Gatto Gattoracca: un album da collezionisti! Si è vero del principe William. E anche David Cameron, restando nell’ambito istituzionale. Sicuramente però non li vedremo mai commentare in tv su TeleMidlands i risultati della squadra.

    @Dane: si in effetti Platt è stato probabilmente l’ultimo giocatore di livello assoluto uscito dal Villa. Non che però in questi trent’anni siano mancati o transitati giocatori di valore o qualità, penso a York, Southgate, Barry, Young e per assurdo ma non troppo Angel) ma il bello è che il Villa che vinse il titolo non aveva giocatori che oggi in italiese si definirebbero ‘top player’. Gary Shaw ad esempio non venne neppure convocato per i mondiali in Spagna.
    Circa i tifosi, a mio parere la chiave è nell’interpretazione delle parole. In Italia si confonde ‘fanatismo’ con ‘passione’.
    ciao!

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  4. Leonto

    5 febbraio 2013 alle 09:19

    Finale di coppa campioni che i miei ricordi di bambino mi consegnano come abbastanza rubacchiata…
    Ricordo che avevano un ottimo portiere se non erro

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  5. francesco1974

    5 febbraio 2013 alle 10:44

    Gatto!!! Che ricordo!!! Ma pure il mio!!! E c’era pure la figurina delle finali…

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  6. Dane

    5 febbraio 2013 alle 12:29

    Paolo Sacchi: ci siamo capiti! ;-)

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  7. frankmorris

    5 febbraio 2013 alle 23:06

    Diciamo pure che da Birmingham sono usciti dei gruppetti come Led Zeppelin, Black Sabbath, Duran Duran…

    PS. Non querelatemi se ho messo Le Bon e soci nella stessa riga dei miti :-D

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  8. Dane

    5 febbraio 2013 alle 23:14

    Beh, almeno i Duran Duran le canzoni se le scrivevano da soli… :-D

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  9. Paolo Sacchi

    6 febbraio 2013 alle 08:22

    @FrankMorris. In effetti i Duran Duran restano una gloria cittadina per Birmingham. Sulla Broad Street, la via dove c’era il Rum Runner, locale in cui si esibivano i Duran Duran, c’è un posto che si chiama Reflex in cui suonano musica anni 90. Comunque, rivisti l’anno scorso dal vivo in Arena a Verona dopo quanche anno dall’ultima volta (tipo San Siro 1986…) i Duran Duran hanno comunque ancora il loro perchè, anche se in un altro modo. Anzi, al netto dell’effetto-nostalgia e la visione di 40/50enni con l’accendino acceso dalle prime note di Save A Prayer, devo dire che rispetto ad allora l’effetto è di musicisti ‘veri’ e veri animali da palcoscenico (Le Bon in gran forma anche anche se quanto a scatto e mobilità mi ha più ricordato Cannavaro agli ultimi mondiali) con un repertorio niente male.

    Circa il Villa di Rotterdam, soprattutto dopo essere passato in vantaggio disputò una partita di contenimento assoluto che avrebbe inorgoglito il Rocco di Padova. In porta, Spink – pressochè debuttante – sostituì Rimmer infortunatosi dopo pochi minuti, disputando una gara strepitosa.

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  10. Paolo Sacchi

    6 febbraio 2013 alle 08:24

    @FrankMorris. In effetti i Duran Duran restano una gloria cittadina per Birmingham. Sulla Broad Street, la via dove c’era il Rum Runner, il locale in cui si esibivano i Duran Duran degli inizi, c’è un posto che si chiama Reflex in cui suonano musica anni 80, ovviamente ispirato a loro. Comunque, rivisti l’anno scorso dal vivo in Arena a Verona dopo qualche anno dall’ultima volta (tipo San Siro 1986…) i Duran Duran hanno comunque ancora il loro perchè, anche se in un altro modo. Anzi, al netto dell’effetto-nostalgia e la visione di 40/50enni con l’accendino acceso dalle prime note di Save A Prayer, devo dire che rispetto ad allora l’effetto è di musicisti ‘veri’, animali da palcoscenico (Le Bon in gran forma anche anche se quanto a scatto e mobilità mi ha più ricordato Cannavaro agli ultimi mondiali) con un repertorio niente male.

    Circa il Villa di Rotterdam, soprattutto dopo essere passato in vantaggio disputò una partita di contenimento assoluto che avrebbe inorgoglito il Rocco di Padova. In porta, Spink – pressochè debuttante – sostituì Rimmer infortunatosi dopo pochi minuti, disputando una gara strepitosa.

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