Nell’attesa che si materializzi l’arteria stradale – sembra nel 2014, dopo un’attesa di oltre mezzo secolo: parlare di gap infrastrutturale è un eufemismo – la pallacanestro italiana, nel suo periodo di maggiore crisi in epoca moderna, riscopre due primazie: quella dell’asse Pedemontano e la riscossa dei piccoli campanili contro le realtà metropolitane.
Partiamo dall’asse cestistico/geografico rappresentato dalla triade Varese-Cantucky-Milano: a 14 anni dall’ultimo, storico scudetto di Pozzecco, Meneghin jr, Mrsic e compagni, la Pallacanestro Varese ha concluso al primo posto, contro ogni pronostico, il girone di andata. Vincendo ai punti ma anche nell’indice di gradimento della spettacolarità, grazie a un gioco frizzante e capace come pochi di esaltare il collettivo. Merito di scelte tecniche azzeccate, dell’ormai rodata formula del consorzio e forse anche delle ottime intuizioni di Gianmaria Vacirca, il cui arrivo alla corte di Masnago è coinciso col primato della banda di Frank Vitucci (il vulcano Vacirca sta realizzando un sito sulla storia cestistica varesotta: da seguire con attenzione).
A poche decine di chilometri la piccola Cantucky, vincitrice del primo trofeo di stagione, la Supercoppa, e reduce dalla fresca nomina della sua lider maxima Anna Cremascoli alla vicepresidenza della Federbasket, nell’era del Petrucci bis. Questione di ‘schei’ o di ‘grano’, verrebbe da dire istintivamente, perché al duo di vertice pronto a incrociare le lame alle Final Eight di coppa Italia s’aggiunge ovviamente Milano, che in era Armani mantiene sempre e comunque centralità mediatica e d’immagine. Al di là dei risultati, purtroppo per gli ‘amati’ cugini meneghini (scusate, il cantuckysmo latente…). Si riparte insomma da qui, dal palmares sterminato di queste tre società, passate dai trionfi più gloriosi alla soglia della sparizione; dalle luci della ribalta internazionale all’oblio; dallo sfoggio di campioni indimenticabili (Morse, Raga, Meneghin, McAdoo, D’Antoni, Marzorati, Riva) agli anni bui di oscuri mestieranti del parquet degni delle ‘minors’.
Accanto alla voglia di riscatto pedemontano, avanza l’arrembante riscossa delle piccole realtà locali: Sassari è forse il caso più eclatante, con una squadra divenuta simbolo di una terra, pur senza essere in possesso di blasone e titoli. La squadra di Sardara, che sta fidelizzando una falange rumorosa e granitica di spettatori, è un esempio positivo di resistenza alla crisi. Paradossalmente,invece, la migliore stagione della Virtus Roma da anni a questa parte arriva nel momento in cui il budget viene ridotto a quello di una neopromossa senza ambizioni, in cui si rinuncia a certe smanie di ‘grandeur’ capitolina, in cui una bandiera come Gigi Datome pur di restare si riduce – e non di poco – lo stipendio. Un successo da provinciale che non ha più la paura di travestirsi da metropoli, quale non è più (cestisticamente parlando). Momento assai buio e triste per un’altra nobilissima metropoli del cesto, la Virtus Bologna: la Basket City dell’avvocato Porelli è un ricordo pallido, il vulcanico presidente Sabatini- a 50 centimetri da noi, durante il recente Cantucky-Virtus – ha lo sguardo spento, l’esplosività dialettica ed oratoria smorzata (lontani i tempi del presunto Kobe Bryant in maglia Virtus e del Pianella ribattezzato, con poco rispetto, una specie di garage…), ma soprattutto preoccupa il pollice verso dei senatori del parterre, ossia di uno dei pubblici più preparati ed esigenti del basket. Quello di Bologna, dell’ex Madison di piazzale Azzarita ed oggi dell’Unipol Arena. E pensare che non è riuscita manco la scalata alla Bnl.
Riflessioni fatte alla vigilia della Final Eight di coppa, che grazie alla già citata capacità relazione di Gianni Petrucci – e al buonsenso- si giocheranno a Forum apertissimo, finalmente non inibito alle tifoserie. Alcuni danno la nostra Cantucky per favorita. Noi respingiamo con forza, facendo debiti e comprensibili scongiuri: Varese, Siena e Milano. Vanno a loro, i favori del pronostico. Un asse pede(tosco)montano.
Pedemontana solo con i canestri,Devi essere identificato per pubblicare un commento Identificati
Poli
23 gennaio 2013 alle 18:41
Ottimo articolo Fabrizio.
Consentimi qualche spigolatura: Sassari forse non per blasone (leggi vittorie) ma per continuità al medio alto livello (soprattutto A2) si è guadagnata i galloni quasi di piazza storica. A parte il periodo di buio all’inizio degli anni duemila prima e dopo sono stati costantemente presenti e questo nel basket italiano in perenne cortocircuito degli ultimi 15 anni non è cosa da poco. Quest’anno sono decisamente all’apice…
La seconda spigolatura (che ti farà arrabbiare
) è che Sabatini sarà stato forse sgarbato però di certo non ha detto una bugia…Quando sono stato lì da voi in trasferta, mi sembra nel 2000 non potevo credere ai miei occhi, e quello era il Pianella, uno dei templi della pallacanestro italiana? Con i tubi innocenti dappertutto?? Sì gli stendardi e tutto il resto però insomma…
Fabrizio Provera
24 gennaio 2013 alle 11:35
Grazie mille Poli!
Ecco le mie chiose al tuo bel post
SASSARI Quoto al 1000 per mille quanto dici: credo che la forza positiva di Sassari- al di là dei risultati- sia l’identiticazione squadra/territorio, che secondo Stefano (condivido in toto) è una- ancorché non la sola- chiave di volta per la rinascita del basket italiano.
CANTUCKY Sabatini, mediaticamente, è grande.. Guarda, il Pianella non è brutto: è bruttissimo. Passano gli anni e diventa sempre più vecchio..
Ma il fascino che avverti quando ne calpesti il parquet, soprattutto quando è vuoto (io l’ho fatto spesso), rammentando che in un posto così piccolo di provincia sono successe cose talmente grandi (per il basket), beh..
Cucciago, dove si trova il palazzo, è un archetipo: il campetto d’oratorio a 50 metri dal parquet, la chiesetta, il bar gestito dal capo degli Eagles, Juary Morabito.. E’ un luogo d’incanto, e sinceramente non sono dispiaciuto dei ritardi del nuovo palazzo. Io amo il Pianella, ma ovviamente sotto il piano estetico le riserve del caso sono più che legittime.. A presto!