Qualcosa nell’aria (Après mai), di Olivier Assayas, ha vinto qualche mese fa a Venezia il premio come migliore sceneggiatura e se ne sono lette recensioni un po’ ovunque. Simpatizzanti e antipatizzanti del film si sono concentrati sul periodo nel quale il film è ambientato: l’inizio degli anni Settanta in Francia, in Italia, nel mondo, con storie personali che solo i dettagli potevano far scivolare verso una sinistra extraparlamentare, il terrorismo o un percorso borghese per quanto ‘nobilitato’ dall’arte o almeno dalle aspirazioni. Insomma, la prima lettura del film è stata inevitabilmente politica, innescando soprattutto sui media francesi uno di quei furiosi dibattiti interni alla sinistra che tengono conto di mille aspetti tranne che del più importante: l’esistenza della destra, intesa come elettorato. E il recente botta e risposta fra Passera e Ingroia, al di là del piccolo particolare che entrambi sembrano agenti di Berlusconi da tanto che sono funzionali alla mini-rimonta del Pdl, non c’entra (non fosse altro che perché nessuno dei due è di sinistra). La genialità di questo film sta invece secondo noi nello svincolarsi dai cliché del post-sessantottismo parigino, mirando a restituire il clima di un’epoca senza schiacciare il pedale della nostalgia: sia il protagonista, Gilles, archetipo dell’idealista artistoide borghese, che gli altri personaggi sono analizzati nel loro presente e non con le lenti deformate del ricordo. Film in parte autobiografico (Assayas è del 1955 e così come Gilles aveva un padre che adattava romanzi per la televisione: geniale la spocchiosità con cui nel film liquida Simenon, chiedendo quindi implicitamente scusa al genitore), Qualcosa nell’aria è una parodia quasi nannimorettiana del cinema di genere, con i dibattiti dopo la proiezione di un documentario sul Laos e viaggi in Afghanistan alla ricerca di improbabili maestri, gli hippy americani e gli scopicchiamenti esistenziali (in Francia evidentemente non concedono contributi pubblici in caso di loro mancanza), la musica psichedelica e le droghe. Però la rinuncia alla furbizia (lo spettatore politicizzato, anche il lettore del Giornale o di Libero, esce deluso) e alla complicità, perché non c’è né apologia né pentimento, fa di questo film qualcosa di unico. Giudizio finale: per chi pensa di avere già visto tutto.
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spike
22 gennaio 2013 alle 16:09
lo so che me ne pentirò:
Passera-Ingroia che hanno detto?
ricca
22 gennaio 2013 alle 16:27
Ingroia chi, quello che si candida al Collegio di Palermo pur sapendo di essere (lì) ineleggibile?
ps: spike
axel shut
22 gennaio 2013 alle 16:40
io prometto di vedere tutti i film segnalati dal Direttore ma ho una condizione: il tag deve diventare quello originariamente promesso cioè “Il Mereghetti di sto cazzo”
Paolo Sacchi
22 gennaio 2013 alle 22:48
Ciao Stefano, ho visto Qualcosa nell’aria martedì scorso e ho avuto la stessa tua sensazione. Sono uscito dal cinema soddisfatto. L’ho trovato davvero differente da ogni altro sul tema. L’ho trovato sinceramente divertente e autoironico, paradossalmente non politicizzato. Ha raccontato un epoca senza, come dici, né pentimenti né nostalgie, gli ideali e le ingenuità di una generazione. Colonna sonora super, con la parte del viaggio in Italia strepitosa. La scena del dibattito sul linguaggio del ‘Documentario sul Laos’, classico anzichè rivoluzionario, è nannimorettianamente strepitosa.
Stefano Olivari
23 gennaio 2013 alle 15:07
@axel shut: Sì, Mereghetti di ‘sto cazzo rende l’idea… @Paolo Sacchi: E’ probabile che in lingua originale il nannimorettismo fosse ancora più spinto, certi punti sono liberamente ispirati (secondo me) a ‘Io sono un autarchico’ e ‘Ecce bombo’…