Midnight in Paris è il miglior film non newyorkese di Woody Allen, a pari merito con Match Point. Almeno secondo noi, precisiamo una volta all’anno anche se è scontato che tutto sia secondo noi. Non stiamo per propinare una recensione o per parlare di Carla Bruni (nella parte di una guida turistica, doppiata come se fosse l’ispettore Clouseau) ma per sottolineare il suo impianto ideologico, secondo noi adattissimo in questi giorni di bilanci di fine anno e di vagheggiamenti di una vita diversa. Con l’occhio sempre al passato, ovvio.
Midnight in Paris, liquidato da qualche spettatore come la solita storia dell’americano a Parigi e da qualche critico come la parodia della solita storia dell’americano a Parigi, è in realtà una delle più feroci prese in giro del sentimento che ammorba l’esistenza e la cultura moderne. Sì, la nostalgia. In senso privato, nostalgia di una propria età felice o presunta tale, ma anche in senso felliniano: nostalgia di un’epoca che non si è vissuta. La Resistenza, gli anni della ricostruzione, gli anni del boom, il Sessantotto, il movimentismo, gli anni Ottanta: tutti abbiamo un’epoca-feticcio che amiamo deformare a seconda delle nostre necessità e dei nostri fallimenti attuali. Poco male, se questo non si traducesse alla fine in immobilismo e in conservatorismo inconsapevole, del genere ‘tutto è già stato scritto e oggi non c’è più lo spirito di una volta’. Tutto diventa così un’immensa Costituzione che è sacrilegio anche solo mettere in discussione.
Gil, il protagonista, di mestiere fa lo sceneggiatore a Hollywood ma mitizza la Parigi degli anni Venti, quella della generazione perduta di intellettuali americani, di Picasso e di Dalì. Girando di notte per la città si ritrova proprio negli anni Venti dove tanto vorrebbe vivere e per una serie di coincidenze (forse è un sogno, comunque si tratta di un film) si ritrova nel salotto di Gertrude Stein a barcamenarsi fra Scott Fitzgerald e la moglie Zelda, ascoltando le esilaranti lezioni di vita di un Hemingway più Hemingway dell’originale, che tira fuori a comando racconti di guerra, di caccia, di viaggia, di tutto. In questo spazio-tempo si innamora di Amanda, ex amante di Picasso e di Modigliani. Anche Amanda, nonostante sia al centro del mondo di questa età dell’oro, ha una sua personale età dell’oro che coincide con la Belle Epoque (dagli ultimi decenni dell’Ottocento alla Grande Guerra, più o meno). E com’è, come non è, si ritrovano proprio nella Belle Epoque allo stesso tavolo di Toulouse-Lautrec, Degas e Gauguin. Non sveliamo il finale, ma il messaggio è chiaro: il passato va conosciuto e studiato, ma senza mitizzarlo, se no è solo una morte anticipata.
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spike
29 dicembre 2012 alle 00:30
m’ha fregato col film romano, questo lo passo.
Andrea
29 dicembre 2012 alle 04:23
male! capolavoro davvero!
Italo Muti
29 dicembre 2012 alle 13:13
A me e’ piaciuto, nonostante io sia, notoriamente, nostalgico
jeffbuckley
29 dicembre 2012 alle 17:04
spike, confermo il giudizio di andrea. woody piace o non piace ma qui c’è originalità, un’ottima sceneggiatura, è recitato benissimo… vai tranquillo.
chad palomino
31 dicembre 2012 alle 16:35
Bel film (meglio Matchpoint però), qualcuno direbbe “delizioso”… un unico appunto, conoscendo abbastanza Parigi (la mia compagna ci ha vissuto per tre anni): la città raccontata è veramente da cartolina, da americano danaroso in vacanza, e non si/ci risparmia nessun cliché.
Sintetizzando un buon 7 pieno.
Lorenzo Zanirato
1 gennaio 2013 alle 04:33
@chad palomino: ah beh perche’ invece sul film a Roma aveva scelto uno stile di vita da ragazzo semplice..
Italia, paese piu’ bello del mondo, quando si hanno soldi da spendere..
chad palomino
1 gennaio 2013 alle 22:55
@Lorenzo Zanirato: Il film su Roma non l’ho visto: mi sono fidato di svariati pareri che me lo descrivevano come una porcata immonda.
Lorenzo Zanirato
2 gennaio 2013 alle 02:28
@chad palomino: non una porcata immonda secondo me, semplicemente talmente privo di spessore che me lo sarei aspettato da un ignorante che l’Italia non l’ha mai vista se non in cartolina. Sempliciotto. Forrest Gump al confronto pare scritto da Kierkegaard.
Poli
3 gennaio 2013 alle 17:37
@Lorenzo Zanirato:
Il film romano mediocre, molto mediocre, meglio, molto meglio quello su Parigi.
Ad ogni modo la scelta caricatural – cartolinesca della fotografia di Parigi o dei luoghi comuni romani mi sono sembrate appunto delle scelte consapevoli.
A sentire il Woody questi film sono degli omaggi a queste due città e quindi tutti i “luoghi-comunismi” (pizzardone in primis) sono fortemente voluti.
E difatti anche da questo a mio avviso traspariva proprio l’amore che Allen nutre per questa due città…Senza contare che il racconto della Parigi da cartolina mi è sembrato appunto funzionale a prendere per il culo questo mito dell’americano a Parigi (tipo l’acquisto del pezzo da $ 20.000 dall’antiquario)…
Personalissima interpretazione…
murillo
5 febbraio 2013 alle 08:47
l’avevo snobbato.
L’ho visto l’altra sera e il film si lascia guardare (datto da un buon ammiratore di allen), ma solo io ho trovato piuttsto fastidiosa la recitazione (e il doppiaggio) di owen wilson che sembrava un caricatura di woody allen?
murillo
5 febbraio 2013 alle 08:49
p.s matchpoint, molto molto meglio. Rivisto più volte e m’è piaciuto davvero molto.
anche vicky cristina barcelona m’era piaciuto di più della campagna europea