Musica

Al concerto con il braccio alzato

Andrea Ferrari 23/07/2012

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Il fatto di costume che ci ha più sconvolto nel nostro recente tour de force ‘concertistico’ è l’abitudine sempre più diffusa di starsene imperterriti col braccio alzato a fare foto e video col cellulare in modo quasi compulsivo invece di godersi lo show per il quale magari si è stati svariate ore sotto il sole per accappararsi un posto nelle prime file. Nessuno s’offenda, ma la distesa di braccia alzate per scattare delle foto orrende e video ancor peggiori ci ha fatto sembrare tutt’altro che assurde quelle teorie in stile Voyager che predicono la fine dell’evoluzione del genere umano ed una regressione alla condizione di scimmie. L’aspetto ancor più paradossale di tutto ciò è che questa abitudine ha preso piede in un momento storico nel quale grazie a internet è possibile trovare una quantità quasi sterminata di foto e video su qualsiasi artista e gruppo con un seguito appena decente. Quindi, che senso ha mettersi a fare l’ennesima foto, rompendo oltretutto il pathos di chi è lì a godersi “solo” coi propri occhi il concerto, quando Google o Youtube ci forniscono del materiale assai migliore o mal che vada uguale, ma realizzato come si deve invece che con le mani tremolanti di chi impugna uno smartphone? L’altro aspetto deprimente è che l’abitudine non riguarda solo i giovanissimi cresciuti a pane e tecnologia, ma ha preso piede anche tra insospettabili quarantenni-cinquantenni (ci è capitato ai concerti degli ottimi Springsteen e New Order). Esiste quindi un’alternativa alla spada che da novelli Talebani (che odiamo, Massimo Fini non è riuscito a convincerci) useremmo per amputare queste mani che impugnano in modo spavaldo il telefonino? Sì, durante i concerti a cui abbiamo assistito all’estero “l’usanza” ci è sembrata molto meno diffusa (magari abbiamo solo avuto fortuna) rispetto a quella “Terra dei cachi” cantata da uno dei gruppi che ancora non abbiamo avuto il piacere di veder suonare dal vivo, possibilmente senza troppi “fotografi” nei paraggi.

Andrea Ferrari, 23 luglio 2012

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